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Politica

Stallo Democratico: La Frattura tra Giovani e Politica nell’Era Digitale

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Ideologia e Utopia di Karl Mannheim porta a pensare a pagine complicate, incomprensibili, riservate agli studiosi e agli intellettuali. Un testo difficile da comprendere per le persone semplici, quelle prive delle «scole tise» (scuole alte), diceva mio nonno. Il riferimento alla sua opera è stato sviluppato all’interno di un lavoro di Nicolò Galuppa, sociologo contemporaneo, nel quale analizza la frattura tra i giovani e la politica. Evidenzia degli elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che su queste pagine ho già definito “stallo democratico”.

Vi è dapprima il ruolo sempre più marginale dei nostri giovani alla vita politica della nostra comunità. Almeno per quelli che sono rimasti a vivere nel nostro territorio. A dire il vero, piuttosto pochi! Esiste un paradosso che per via transitiva si è trasferito anche ai meno giovani: l’illusione di essere politicamente partecipi. Una creazione dei social, per cui l’espressione di un pensiero critico si cristallizza in un freddo “mi piace”, in un commento ad un post o ad una condivisione di contenuti politici che di fatto sono la sintesi di una forma di partecipazione che non si traduce in un coinvolgimento nella vita pubblica. Con effetti devastanti soprattutto a livello locale. Ecco una delle tante cause di scarsa affluenza alle urne!

Contribuisce al decadimento socio – politico anche l’assenza di un luogo fisico ove possano celebrarsi dialoghi reali: assemblee, circoli, scuole, piazze, pubblici comizi. Il confronto è stato demandato all’infosfera, individuata da Luciano Floridi come «la globalità dello spazio delle informazioni, intesa come l’ambiente digitale e comunicativo in cui viviamo e operiamo». Il confronto fisico, sanguigno, acceso, magari dialetticamente aspro, animato dalla passione politica ha lasciato il posto al confronto digitale, che costituisce un buco nero di sfogo personale o, peggio ancora, uno scontro fra fazioni ideologiche. Un dibattito che nasce con l’illusione di partecipare alla vita pubblica: “aver detto la propria” soddisfa istantaneamente ma non perpetuamente. Tutto rimane confinato in uno spazio mediatico apertamente chiuso, che paradossalmente non lascia traccia e muore nel tempo effimero di un algoritmo.

Un elemento emozionale configura l’era digitale, nella quale, dice Galuppa, soprattutto la politica ha abbandonato progressivamente l’argomentazione razionale per fare spazio a quello emotivo. Paura, rabbia, indignazione, speranza sono le leve che riescono facilmente ad attirare l’attenzione degli infonauti, generando e acquisendo consenso. I social media amplificano questo fenomeno, perché premiano i contenuti che suscitano una reazione immediata. Una dichiarazione provocatoria, un post indignato o un video toccante hanno molte più probabilità di diventare virali rispetto a un discorso complesso e ragionato.

I politici lo sanno bene e sincronizzano la comunicazione su narrazioni emozionali anziché su programmi o analisi. Dalla riflessione si passa alla reazione. Il cittadino è più vulnerabile alla manipolazione. Primeggiano i talk show: conta l’impatto sul pubblico, non la verità e la coerenza. L’azione e la simbologia emotiva rivestono un enorme potere manipolatorio, quindi di mobilitazione delle masse sempre più risucchiabili nel vortice del controllo anziché della partecipazione sociale.

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Infine, esiste un problema di classe dirigente, che appare mediocre se confrontata con quella della Prima Repubblica che a fronte di tanti difetti, cattive azioni ed orrori politici, aveva una forte cultura politica. Parlavano un linguaggio autentico, erano in grado di costruire rapporti credibili con l’elettorato, ispiravano una militanza attiva mantenendo un solido senso delle istituzioni. Ad avvantaggiarsene è l’improvvisazione, una comunicazione vuota e l’inseguimento del consenso social. Risultato?

Un clima diffuso di sfiducia e di rassegnazione a cui si stanno aggiungendo quella violenza e guerriglia urbana che offuscano fondamentali momenti di legittima e legale protesta sociale. Si accendono micce esplosive che occorre spegnere con la ricostruzione di una cultura politica fatta di pensiero critico, confronto reale e partecipazione consapevole.

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