Nel giro di pochi giorni, nel Salento si è consumata una sequenza di crisi istituzionali che ha riportato al centro del dibattito una questione mai davvero risolta: la fragilità della politica locale. Castro prima, Porto Cesareo poi. Due Comuni sciolti, due amministrazioni cadute nello stesso identico modo, attraverso le dimissioni contestuali dei consiglieri comunali, lo strumento più netto e irreversibile previsto dal Testo Unico degli Enti Locali. Una scelta che apre automaticamente la strada al commissariamento prefettizio e certifica, senza appello, il fallimento politico di una maggioranza.
Eppure, a pochi chilometri di distanza, Ugento continua a resistere. Non senza contraddizioni, non senza tensioni (ancora una volta lo stesso assessorato, ancora una volta durante le festività, ancora una volta con le medesime polemiche) , ma resiste. Ed è proprio questo il dato che merita un’analisi più profonda.
Castro e Porto Cesareo: quando la politica si arrende
A Castro, la caduta dell’amministrazione è maturata con la rottura definitiva degli equilibri interni e con dimissioni che hanno reso impossibile qualsiasi prosecuzione dell’esperienza di governo. A Porto Cesareo, lo schema si è ripetuto quasi specularmente: consiglieri di maggioranza e opposizione hanno scelto di staccare la spina, facendo venire meno i numeri e consegnando il Comune a una gestione commissariale.
In entrambi i casi, la politica ha scelto di farsi da parte, rinunciando al confronto e demandando tutto a una figura tecnica. Una soluzione legittima, ma che rappresenta sempre una sconfitta: quella di una classe dirigente incapace di governare fino in fondo il mandato ricevuto dai cittadini.
Ugento: l’amministrazione che non cade
Ugento, invece, resta in piedi. Ma lo fa in un contesto tutt’altro che sereno. L’amministrazione comunale è da tempo lacerata al suo interno, attraversata da una convivenza difficile tra un’anima chiaramente riconducibile al Partito Democratico e una componente di destra rappresentata dagli assessori di Fratelli d’Italia, Alessio Meli ed Enzo Ozza, sempre più in sofferenza in una giunta a chiara trazione PD.
Le recenti elezioni regionali hanno avuto l’effetto di un banco di prova politico: i gruppi locali si sono misurati, si sono “contati”, e i risultati hanno restituito un quadro tutt’altro che sorprendente. La componente di destra dell’attuale amministrazione comunale appare numericamente debole, marginale sul piano del consenso, e sempre più schiacciata dal peso politico dell’amministrazione comunale.
Il segnale ignorato: la più bassa affluenza della provincia
Ma c’è un dato che più di ogni altro racconta lo stato di salute della politica ugentina: la bassissima affluenza alle urne, la più bassa a livello provinciale. Un segnale inequivocabile, che non può essere liquidato come semplice disinteresse.
Ugento non è apatica: Ugento è stanca. Stanca di assistere agli stessi giochi di potere, alle stesse alchimie di palazzo, alle stesse convivenze forzate che da oltre vent’anni immobilizzano la vita sociale, politica ed economica della città, bloccandone lo sviluppo e allontanando i cittadini dalla partecipazione democratica.
L’astensionismo record è una forma di protesta silenziosa, ma durissima. È il sintomo di un elettorato irritato, disilluso, che non si riconosce più in una politica percepita come autoreferenziale e distante dai bisogni reali della comunità.
Perché Ugento non cade?
La domanda è inevitabile: perché Castro e Porto Cesareo cadono, mentre Ugento tiene duro?
La risposta non è tecnica, ma profondamente politica. A Ugento, il potere continua a tenere insieme ciò che la politica divide. Nessuno, oggi, sembra avere un reale interesse a far cadere l’amministrazione. Commissariare il Comune significherebbe perdere il controllo dei processi decisionali, delle risorse, del tempo politico. Un rischio che, in vista delle prossime elezioni comunali, pochi sono disposti a correre.
È così che prende forma quella che appare sempre più come un’amministrazione “arcobaleno”, tenuta insieme non da una visione condivisa, ma dalla convenienza reciproca. Una convivenza innaturale, che regge per opportunità, non per convinzione.
Fratelli d’Italia: il prezzo più alto da pagare
In questo scenario, chi rischia di pagare il prezzo politico più alto è Fratelli d’Italia. Un paradosso solo apparente. Forte di un risultato elettorale confortante alle ultime regionali, il partito di Giorgia Meloni si trova ora a dover giustificare l’operato di un’amministrazione comunale a trazione PD, con cui le distanze politiche e culturali appaiono evidenti.
In vista della prossima campagna elettorale, il fardello è pesante: spiegare agli elettori perché si è rimasti dentro un’esperienza amministrativa logorata, segnata da contraddizioni e sempre più distante dal sentimento popolare. Non a caso, nella base ugentina di Fratelli d’Italia si moltiplicano le critiche, i malumori, le fibrillazioni. Una parte dell’elettorato di destra fatica a riconoscersi in questa alleanza di governo, percepita come politicamente penalizzante e identitariamente confusa.
Fondi, consenso e rinvio dello scontro
Nel frattempo, mentre la politica si logora, l’amministrazione apre i cordoni della borsa. Fondi pubblici, contributi, risorse elargite ad associazioni e gruppi locali. Un fenomeno noto, che in questa fase assume un significato preciso: consolidare consenso, blindare equilibri, rinviare il regolamento di conti.
Il tutto mentre l’amministrazione guidata formalmente dal sindaco Salvatore Chiga, ma di fatto retta dal vicesindaco Massimo Lecci, continua il suo percorso tra tensioni latenti e silenzi strategici.
Resistere non è governare
Ugento non cade. Ma resistere non equivale a governare bene. La stabilità formale non coincide con la salute politica. E il rischio concreto è che questa lunga convivenza forzata lasci in eredità una città ancora più distante dalla politica, più sfiduciata, più incline all’astensione.
Castro e Porto Cesareo hanno scelto la rottura. Ugento ha scelto la resistenza. Resta da capire quanto potrà durare e, soprattutto, chi pagherà il conto politico quando sarà di nuovo il momento di chiedere il voto ai cittadini
























































