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Torre San Giovanni – Giovane lupo investito alle porte della marina

Questa mattina, intorno alle 9:40, la redazione di Ozanews ha ricevuto la segnalazione di un nostro lettore riguardo alla presenza, a bordo strada, della carcassa di un lupo. L’animale si trovava nel tratto compreso tra la rotatoria d’ingresso di Torre San Giovanni e la vecchia pompa di benzina, oggi in disuso.

Raggiunto immediatamente il luogo dell’avvistamento, abbiamo documentato la scena con fotografie e constatato che si trattava di un giovane esemplare di lupo, con ogni probabilità deceduto poco prima – tra le 8:30 e le 9:30 – a seguito di un investimento stradale.

Il lupo è una specie autoctona del nostro territorio, tornata negli ultimi anni a popolare alcune aree del Salento grazie a dinamiche di ripopolamento naturale e alla protezione garantita dalla normativa nazionale.
Tuttavia, la presenza sempre più frequente di questi animali vicino ai centri abitati solleva interrogativi e preoccupazioni. Il caso di questa mattina conferma che, nonostante l’aumento del traffico veicolare e la forte presenza di persone dovuta alla stagione turistica, il lupo tende ad avvicinarsi alle aree urbane.

Estate e turismo: un periodo delicato per i lupi

Con l’estate ormai entrata nel vivo, il flusso turistico in Salento cresce in maniera significativa. Questa maggiore pressione sul territorio, anche in aree naturalistiche, aumenta le possibilità di avvistare uno o più esemplari di lupo.
Il fenomeno si presenta in un momento particolarmente sensibile per la specie: siamo infatti nel periodo di allevamento dei cuccioli, nati da pochi mesi, quando gli adulti si muovono più frequentemente alla ricerca di cibo.

Il Vademecum di Hic Sunt Lupi  e la sensibilizzazione sul territorio

Da oltre un anno, il progetto Hic Sunt Lupi   ha predisposto e diffuso un Vademecum con tutte le informazioni utili per comportarsi correttamente in caso di avvistamento. La cartellonistica è stata fornita a tutte le aree parco della provincia e a numerose amministrazioni comunali che ne hanno fatto richiesta. Il materiale, già stampato, è a disposizione di enti e associazioni che possono farne richiesta via e-mail a hicsuntlupi.comunicazione@iret.cnr.it.

  • Non somministrare cibo ai lupi e non provare ad avvicinarli.
  • Conservare adeguatamente i rifiuti organici, evitando di lasciarli all’aperto.
  • Custodire al chiuso gli animali domestici durante le ore notturne.
  • Non inseguire i lupi con veicoli o altri mezzi.
  • Ricordare che il lupo è specie protetta: ucciderlo è un reato penale, così come catturarlo o trasferirlo.

Il manifesto, semplice e di buon senso, è pensato non solo per i frequentatori delle aree naturalistiche ma per tutti: cittadini, turisti e residenti. Diffonderlo e rispettarlo significa proteggere un patrimonio naturale prezioso e ridurre i rischi di incidenti o interazioni pericolose.

Il lupo, oltre a essere un predatore apicale fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema, è tutelato dalla legge italiana. Ogni sua perdita rappresenta un danno per la biodiversità e un campanello d’allarme per la sicurezza della fauna selvatica sulle nostre strade.

L’episodio di oggi, oltre a suscitare dispiacere, deve spingerci a riflettere: l’uomo e il lupo condividono lo stesso territorio, e solo con consapevolezza e rispetto reciproco si può garantire una convivenza pacifica e duratura.

San Lorenzo 2025: le stelle brillano, il rispetto illumina

Un invito alla responsabilità per vivere la magia nel cuore del Parco Litorale di Ugento

La notte del 10 agosto, il cielo sopra Ugento si accenderà dello spettacolo delle stelle cadenti, un appuntamento atteso e amato da residenti e visitatori. Ma quest’anno, ancora più che in passato, il Comune di Ugento – con un avviso firmato dal Sindaco Salvatore Chiga – richiama tutti a vivere la “Notte di San Lorenzo” con responsabilità, ricordando che le spiagge del nostro territorio si trovano all’interno del Parco Naturale Regionale “Litorale di Ugento”, un tesoro di biodiversità e bellezza che necessita della cura di ciascuno di noi.

Secondo quanto disposto dall’ordinanza balneare regionale, è espressamente vietato accendere fuochi o utilizzare fornelli sulla spiaggia, così come organizzare picnic con tavoli e sedie in aree non destinate a questo scopo. Anche il consumo di alimenti e bevande deve avvenire nel rispetto del decoro e dell’ambiente costiero.

Queste norme non sono un semplice atto burocratico: sono la protezione concreta di un ecosistema delicato. Le dune, la vegetazione spontanea, le acque cristalline e le specie animali che abitano il nostro litorale – come il fratino, piccolo uccello costiero a rischio – subiscono ogni anno la pressione dell’afflusso turistico. Una sola notte di disattenzione può lasciare dietro di sé rifiuti, danni all’habitat e ferite difficili da rimarginare.

Il Comune ha annunciato controlli con la collaborazione delle forze dell’ordine, ma la vera salvaguardia nasce dalla coscienza di chi vive l’esperienza. Godere dello spettacolo delle stelle non richiede fuochi o musica ad alto volume: bastano una coperta, il rumore delle onde e il rispetto per ciò che ci circonda.

In questa Notte di San Lorenzo, lasciamo che l’unica scia sia quella luminosa delle meteore, non quella dei nostri rifiuti. Il Parco Litorale di Ugento è un bene comune, e la sua tutela è un atto di amore verso il territorio e verso le generazioni future.

Ricordiamolo: la magia delle stelle è ancora più bella quando brilla sopra una spiaggia pulita e viva.

Mancaversa, tartaruga marina trovata senza vita

Nella tarda mattinata di oggi, intorno alle 12:15, è giunta la segnalazione del ritrovamento di un esemplare di Caretta caretta nelle acque di località Paterte, a Mancaversa. L’allarme è stato lanciato da una signora, Anna, che ha avvistato l’animale in difficoltà, bloccato da uno spezzone di lenza.

Francesco Chetta, guida ambientale e amico della nostra testata, allertato telefonicamente, si è immediatamente attivato contattando la Capitaneria di Porto — già informata da altre segnalazioni — e la Polizia Locale di Taviano. Nel giro di dieci minuti era sul posto, dove alcuni cittadini avevano nel frattempo provveduto a mantenere idratata la tartaruga bagnandola con acqua di mare e riparandola dal sole, seguendo le indicazioni del direttore del Centro di Recupero Tartarughe Marine di Calimera, il dott. Piero Carlino.

Purtroppo, all’arrivo di Chetta, l’esemplare — un bellissimo individuo di circa 50 cm di lunghezza — era già privo di vita. La tartaruga presentava due grossi spezzoni di lenza fuoriuscire dalla bocca, tipici della pesca al palamito (“conzu”), oltre ad altri frammenti di lenza e plastica presenti nella cloaca dell’animale.

Pochi minuti dopo, la Polizia Locale ha provveduto a informare la Asl di competenza per il recupero della carcassa.

Oltre alla tragedia in sé, questo episodio riporta sotto i riflettori una questione che interessa da vicino le coste salentine: la Caretta caretta è una specie rara e protetta, ma le sue presenze nel nostro mare sono sempre più segnate da ferite, intrappolamenti e decessi causati dall’impatto diretto delle attività umane. L’inquinamento da plastica e l’uso di tecniche di pesca non sostenibili — come il palamito — sono tra le principali minacce alla sua sopravvivenza.

“È intollerabile — commenta Chetta — che esemplari di una specie protetta debbano morire a causa dell’inquinamento e di tecniche di pesca pericolose. Serve un cambio di rotta radicale, sia nei nostri comportamenti individuali, sia nel comparto della pesca professionale.”

Le campagne ambientaliste per la tutela della Caretta caretta e, più in generale, della fauna marina, non possono fermarsi alla sensibilizzazione. È necessario che si traducano in azioni politiche concrete, passando dall’approvazione di leggi chiare e vincolanti che vietino le tecniche di pesca dannose e che introducano controlli più stringenti. Solo così si potrà invertire la rotta e garantire un futuro ai nostri ecosistemi marini.

Quanto successo oggi a Mancaversa si aggiunge purtroppo alla lunga lista di vittime silenziose dell’inquinamento e della pesca non sostenibile, richiamando con forza l’urgenza di interventi concreti, non più rinviabili, per la salvaguardia del nostro mare e delle creature che lo abitano.

La soluzione agli incendi c’è, ma nessuno vuole vederla

L’estate 2025 ha reso ancora più drammatica la fragilità del nostro territorio: tra l’1 giugno e il 12 luglio sono bruciati 2.829 ettari di macchia mediterranea e aree boschive solo in Puglia, con Lecce che ha registrato 467 ettari, seguito da Foggia con 1.609 ettari.

Solo dal 15 giugno al 15 luglio, i roghi sono aumentati del 20% rispetto al 2024, con 979 incendi censiti contro i 780 dell’anno scorso. In provincia di Lecce se ne sono contati 317, a Foggia 152, a Taranto 127, altri nella Bat, Bari e Brindisi.

A livello nazionale, i primi sette mesi del 2025 hanno visto 30.988 ettari andare in fumo: la Puglia da sola ha contribuito con 1.957 ettari in più di superficie distrutta in grandi incendi (superiori a 100 ettari).

L’emergenza incendi non si limita al caldo estremo o alla siccità: spesso è aggravata dalla mano dolosa, dall’abbandono dei rifiuti nei campi e dalla ridotta presenza di cittadini custodi del territorio.

Contemporaneamente, non si arresta l’incubo della Xylella fastidiosa, che ha compromesso circa il 40% della superficie pugliese, mettendo a rischio oltre 10 milioni di ulivi, tra i simboli più preziosi del Salento.

Il combinato disposto tra incendi, devastazione agricola, spopolamento e abbandono crea un circolo vizioso: aree un tempo custodite sono ora pronte a incendiarsi come micce, minacciando villaggi turistici, biodiversità e il futuro stesso del territorio.

Il drone antincendio FH-0: una speranza tecnologica

La tecnologia esiste. Si chiama FH-0, realizzato dall’azienda italiana Vector Robotics, ed è un drone con termocamera antincendio che:

  • È progettato esclusivamente per prevenire incendi, con analisi autonome in tempo reale.
  • Rileva piccoli focolai, elabora l’allerta automaticamente e invia le coordinate alla centrale operativa.
  • Vola ininterrottamente ANCHE CON VENTO FORTE per oltre 15 ore, grazie a celle solari integrate, funzionando silenziosamente e senza carburante.

Un dispositivo capace di trasformare le prime avvisaglie di incendio in un allarme tempestivo anziché in tragedia annunciata.

La prova in Calabria e il riconoscimento di Focus

L’efficacia dell’FH-0 non è rimasta confinata alle schede tecniche. La prestigiosa rivista Focus ha raccontato la sua esperienza, citando in particolare il caso della Calabria, dove – secondo le parole del presidente della Regione – questa tecnologia ha contribuito a ridurre del 40% gli incendi dolosi.

Un risultato concreto, ottenuto grazie a un monitoraggio capillare e a interventi rapidissimi sul territorio, che dimostra come il potenziale dell’FH-0 possa tradursi in salvaguardia ambientale e risparmio economico.

Eppure, questo strumento rivoluzionario è già nel Salento: è custodito, chiuso in una valigetta in un garage umido a Ugento. Il proprietario ha più volte proposto di metterlo in campo all’Ente Parco e al Comune, senza ottenere alcuna apertura.

Domande pressanti: se il drone funziona, costa poco, può salvare comunità e milioni di euro di danni… perché viene tenuto fermo?

  • Milioni di euro spesi ogni anno tra Canadair, squadre di terra e soccorso.
  • Solo migliaia di euro al mese basterebbero a impiegare il drone FH-0 su vaste aree, mitigando il rischio di incendi e i costi per ripristino ambientale.
  • Secondo Coldiretti, per ogni ettaro distrutto servono oltre 10.000 € per recupero e bonifica.

A privati cittadini, imprenditori, associazioni e enti pubblici che amano questa terra e vogliono proteggerla:

Scriveteci. Vi metteremo in contatto diretto con il proprietario di questo drone rivoluzionario per valutare un progetto pilota con il drone FH-0.

Non serve un bilancio milionario, solo un investimento concreto – di poche migliaia di euro – che può fare la differenza tra ettari di territorio salvati o carbonizzati.

Crisi del turismo: serve un nuovo modello, non nuovi colpevoli

Il Salento è finito sotto accusa. Ancora una volta. Ma quest’estate l’eco è stata più forte che mai, sospinta da influencer e volti noti, come Pinuccio e Alessandro Gassmann, che hanno rilanciato a colpi di social una teoria tanto semplice quanto populista: il problema sono i prezzi. Un refrain che ha finito per scaricare la responsabilità del crollo turistico su una sola categoria: i gestori dei lidi balneari. Ma la realtà, come sempre, è molto più complessa.

Quella del 2025 sarà ricordata come l’estate del tracollo turistico salentino. Lo si vede nei ristoranti semivuoti, nei viali delle marine meno affollati, negli alberghi che ancora a fine luglio cercano di riempire le camere con offerte last minute. Lo si legge soprattutto nei dati preliminari, che parlano di un calo delle presenze stimato tra il 30% e il 40% sulla costa ionica e in particolare a Ugento, un tempo fiore all’occhiello del turismo di massa pugliese.

Già lo scorso anno Ozanews aveva lanciato l’allarme, basandosi sui dati ufficiali della Regione Puglia, e anticipando un 2025 difficile. Un segnale chiaro che è stato ignorato da chi ha preferito usare i numeri come bandiere elettorali, anziché strumenti di pianificazione.

È troppo semplice dare la colpa solo ai prezzi. Sì, ci sono eccessi. Ma sono eccezioni, non la regola. Il problema va molto oltre il costo di un lettino o di una frisa. Serve un’analisi profonda e onesta, che tenga conto del momento storico che stiamo vivendo. Secondo il Censis, 6 italiani su 10 quest’estate hanno rinunciato alle vacanze. Un dato che racconta una crisi economica pesante del ceto medio, sempre più impoverito, sempre più attento a ogni spesa.

E anche chi ha deciso di partire per il Salento lo fa con maggiore prudenza e consapevolezza. Parliamoci chiaro: non è un turismo povero, è un turismo più attento, che non è più disposto a pagare 17 euro per una frisa con vista mare, né 10 euro per un panino riscaldato. E ha ragione.

Chi lavora bene, continua a lavorare

C’è chi, nonostante tutto, sta lavorando. E anche bene. Sono quelli che hanno investito in qualità, cura, professionalità, nell’accoglienza vera. Sono quelli che parlano almeno una lingua straniera, che ascoltano il cliente, che sanno cosa vuol dire fare turismo oggi. Il calo, per loro, è contenuto. Perché hanno capito prima degli altri che il turismo è cambiato. Perché il Salento non basta più venderlo solo con il mare. Occorre un’offerta completa, coerente, competitiva.

Chi invece ha preferito l’approssimazione, il “tanto vengono lo stesso”, chi ha puntato solo sulla rendita e ha trattato i turisti come numeri, oggi paga pegno. Eppure non era difficile prevederlo. Ma chi ha osato dirlo, un anno fa, è stato bollato come disfattista. Ora che la realtà presenta il conto, lo fa con una violenza economica e sociale che nessun post virale potrà giustificare.

Ugento è il caso più emblematico. Quello che dovrebbe far riflettere di più. Perché è proprio qui che si registrano i numeri peggiori, ed è proprio qui che le carenze strutturali e amministrative sono più evidenti.

Nonostante sia il comune con il più alto numero di presenze turistiche della provincia di Lecce, non esiste alcuna agenzia di promozione turistica, nessun piano strutturato, nessuna visione. Si incassano ogni anno 850.000 euro di tassa di soggiorno, ma nessuno sa realmente dove finiscono. Non in servizi, non in promozione, non in comunicazione. Solo in una miriade di iniziative estemporanee e poco incisive, spesso utili solo alla campagna elettorale del consigliere comunale di turno.

Nel frattempo, le attività commerciali chiudono, i giovani emigrano, le strade restano sporche, le marine senza decoro, le infrastrutture vecchie e scollegate. L’unico comparto produttivo alternativo, quello dell’agricoltura, è stato decimato dalla Xylella, lasciando l’economia locale in balia del turismo stagionale, sempre più fragile e imprevedibile.

Il turismo di massa è una trappola

E proprio Torre San Giovanni, emblema del turismo di massa, mostra i limiti di un modello basato sulla quantità e non sulla qualità. I grandi villaggi turistici, che un tempo erano motore economico, oggi trattengono i profitti e lasciano sul territorio solo le briciole. A fronte di migliaia di presenze, i piccoli esercenti non vedono un euro, mentre l’ambiente paga il prezzo in termini di spazzatura, traffico, consumo del suolo e degrado. Questo sistema non è più sostenibile.

Chi continua a dire che “abbiamo il mare” come se fosse una garanzia eterna, si sbaglia di grosso. Il mare non basta più. Servono idee, progetti, sinergie, formazione. Serve un piano serio di rilancio che parta da un’analisi onesta della realtà e da una regia pubblica capace di guidare e coordinare gli attori locali. Ugento ha le potenzialità per essere un esempio virtuoso, ma senza coraggio politico e visione strategica, continuerà a perdere terreno.

E nel frattempo, i social continueranno a urlare, i numeri a crollare, e il Salento a perdere quella magia che per anni lo ha reso grande.

Grazie mille per la stima sindaco Chiga

Dopo questa ennesima rivelazione, non posso fare a meno di immaginare il Sindaco di Ugento, Salvatore Chiga, sotto l’ombrellone del suo lido preferito, intento a sorseggiare un gustoso drink mentre legge con attenzione il nostro giornale, ozanews.it. Un’immagine che oggi appare più reale che mai, dopo quanto accaduto durante il Consiglio Comunale di ieri.

Abbiamo infatti ottenuto la certezza matematica, comprovata dalla stenotipia, di come il Sindaco sia un assiduo lettore – forse tra i più assidui – del nostro giornale.

Durante il suo intervento, infatti, ha citato diversi passaggi di un nostro articolo risalente al 29 luglio scorso, dedicato alla questione rifiuti. Un dato di fatto inequivocabile, che dimostra come non solo segua con attenzione il nostro lavoro, ma che ne riconosca il valore e la precisione.

Ma c’è di più: il Sindaco ha inserito quelle stesse citazioni all’interno di un atto ufficiale, inviato via PEC alla ditta che attualmente gestisce la raccolta dei rifiuti a Ugento, chiedendo chiarimenti precisi. Un gesto che sottolinea ulteriormente la fiducia nelle informazioni da noi riportate.

Questa circostanza smentisce categoricamente tutte le voci – spesso alimentate da esponenti e ciechi sostenitori di questa maggioranza – che da tempo insinuano dubbi sulla bontà delle notizie pubblicate su ozanews.it, sol perché questa testata si ostina a non voler scrivere solo di sagre e redivivi santi. Ironia della sorte, proprio il rappresentante di quella maggioranza certifica oggi la credibilità e l’autorevolezza del nostro giornale.

Per me, Riccardo Primiceri, nuovo direttore responsabile della Testata, tutto ciò rappresenta un grande onore, una vera e propria medaglia da appendere al petto. E proprio per questo, anche e soprattutto per questo, continueremo con nuova e rinnovata forza il nostro lavoro, che mai ha ricevuto alcun contributo pubblico a differenza di altre testate giornalistiche che operano sul territorio di Ugento, con ben altra fortuna ma con il portafoglio gonfio.

Siamo certi che la nostra indipendenza e libertà siano il fondamento indispensabile per avviare finalmente un cambio radicale di paradigma nel nostro Paese. Un cambiamento che dovrà passare attraverso una vera e propria rinascita popolare e sociale, quella che i nostri cittadini attendono ormai da oltre trent’anni.

Ora, una volta per tutte, possiamo affermarlo con certezza: ozanews.it scrive, certifica e documenta le notizie. Tanto da essere citata come fonte ufficiale dallo stesso Sindaco di Ugento.

Un grazie sentito, dunque, a Salvatore Chiga. Perché questo riconoscimento rappresenta un importante attestato di fiducia e di rispetto per il nostro lavoro.

-L’IMMAGINE DI COPERTINA è un fotomontaggio a corredo dell’editoriale –

Il rito della salsa nei ricordi di un bambino

Appare talvolta fascinoso compiere un percorso temporale all’incontrario. Nel senso di partire dal presente per arrivare con la mente, con gli occhi e con il cuore a momenti del passato che sembrano fissati nella memoria come le colonne di un tempio sacro millenario, reso indistruttibile dalla sua maestosità simbolica e architettonica. Ancora una volta, la sociologia classica ci viene in aiuto, permettendoci di osservare, seduti su una sedia del tutto particolare. Ponendoci domande che non avremmo mai pensato di porci e che evidentemente regalano l’opportunità di riflettere sul presente per seminare qualcosa in un futuro che è e sarà sempre per tutti, tutto da scoprire.

Per caso, come spesso mi capita durante il periodo estivo, nel mentre mi recavo a lavoro, mi accorgevo che in attesa ad un semaforo vi era un’ape con a bordo alcune casse piene di pomodori. Mi avvedevo subito trattarsi dei “San Marzano”. Proprio quelli che il nonno materno coltivava annualmente per la salsa. Lo ricordo con nostalgia quando orgogliosamente diceva: “aggiu chiantati i pummitori pe la salsa”.

Un grande maestro della sociologia come Emile Durkheim ci spiega che le “tradizioni” sono strettamente legate al concetto di cose sacre e di rituali, essenziali per la coesione sociale, cioè la capacità di una società di assicurare il benessere della collettività, basandosi su relazioni sociali solide, senso di appartenenza condiviso, qualità dei legami tra le persone, solidarietà e capacità di affrontare insieme sfide e difficoltà. E la coscienza collettiva, che è l’insieme delle credenze, dei sentimenti e dei valori condivisi dai membri di una società, che trascende le singole coscienze individuali e fornisce un quadro di riferimento per l’azione sociale. Le tradizioni riassumono le credenze e le pratiche riguardanti oggetti ed eventi sacri, che servono a rafforzare i legami sociali e a mantenere l’ordine sociale. La preparazione della salsa di pomodoro è una delle poche tradizioni che resiste nel tempo, che sembra non cadere in quel dimenticatoio, ove stiamo tendenzialmente riversando ogni senso di comunità, schiacciandolo con il ricorso smisurato alle tecnologie digitali che occupano completamente le nostre vite. La salsa è e rimane un rito perché ad esso connetto la memoria ed il ricordo mi riporta agli anni della minore età. Ricordo che in quegli anni le spremi pomodoro elettriche non esistevano. La spremitura dei pomodori bolliti con cipolla, basilico e sale, avveniva a mano con una macchinetta, mossa dalla mano a ritmo di tac tac. Ovviamente era il nonno a svolgere le mansioni più pesanti e pericolose: spremitura, movimentazione dei pomodori, tappatura delle bottiglie bollenti di salsa che venivano poi sistemate a strati all’interno di grandi cassoni artigianali. Io non lo mollavo un attimo. Per bollire i pomodori inventò una sorta di fornace alimentata con segatura di legno molto fine. Una volta accesa, la fiamma si autoalimentava ed i pomodori venivano bolliti in un non nulla. La cottura finale delle bottiglie avveniva con la tecnica “a bagnomaria” all’interno di enormi cassoni pieni d’acqua. Siccome il nonno era di un’intelligenza sopraffina, pur non avendo “e scole tise” li realizzò da solo tagliando simmetricamente un bidone/fusto di metallo per uso industriale. La salsa dell’estate era un appuntamento fisso a cui ancora oggi nessuno può sottrarsi. Un rito antico che nonostante le varie proposte commerciali, ancora si ripete, anno dopo anno, in tante famiglie. 

Le bottiglie che dai cassoni venivano tolte per essere sistemate nelle cassette di plastica costituivano la scorta per l’inverno, per sfamare tutti. Era bello l’inizio di questo magico rituale: la catena di montaggio umana cominciava all’alba, “cu lu friscu”, diceva il nonno. Ogni partecipante aveva un compito ben preciso e non vi erano ostacoli che impedissero di vivere un clima familiare straordinario, che forse dovremmo riscoprire. Rimanevo abbagliato dalle sfumature di rosso dei pomodori che venivano “squicciati” (schiacchiati) e scelti per scartare quelli acerbi o “tuccati” (marci). Ai miei occhi di bambino era tutto un divertimento. Un momento per rispolverare gli aneddoti, per chiacchierare e spettegolare mentre dai pentoloni si sprigionava un profumo inconfondibile di sugo. Quella salsa non c’è più! Non ci sono più i nonni che tuttavia vivono nei ricordi di quel bambino a cui piaceva di anno in anno aspettare il loro arrivo a bordo di un’ape gialla 500, il cui festeggiante frastuono si sentiva da chilometri.

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