Alcuni anni fa sulle reti Mediaset venne proiettata una fiction: “Il Giudice Mastrangelo”. Protagonisti Diego Abatantuono nei panni del giudice Mastrangelo; Antonio Catania, l’autista Uelino; Amanda Sandrelli, l’efficiente Commissario della Polizia di Stato.
Di quegli episodi, tipici del “giallo di provincia”, ciò che più mi impressionava, ed a maggior ragione ora che lo rivedo, erano le distese di uliveti che si vedevano nel mentre il giudice e il suo autista, a bordo di un’auto di servizio, percorrevano le strade del Salento per raggiungere ogni scena del delitto. Sembra quasi che rivedendo ora tutti quegli episodi, con i contesti in cui vennero girati, vi sia la possibilità di elaborare mentalmente la differenza che si intermezza tra un “prima” e un “dopo”. Paesaggi fantastici, suggestivi, inimitabili, identificativi di una simbologia identitaria che ormai è andata completamente perduta, affossata dalla violenza ambientale perpetrata dagli incendi degli ultimi anni. Disastri talmente devastanti da rievocare inarrestabili apocalissi, accomunate dall’intento di distruggere, deumanizzare e disumanizzare.
Diceva il grande Oscar Wilde che “quando si perde la bellezza, quale che essa sia, si perde tutto!”. Ed è proprio vero perché ne abbiamo la conferma nell’istante in cui prendiamo coscienza della differenza tra un paesaggio invidiabile e un paesaggio irreparabile e irrecuperabile. Si è operata una devastazione fisica, nel senso che non disponiamo più materialmente di valore ecologico ed ambientale; e sociale, emotiva e soprattutto identitaria. Volendo doverosamente estremizzare, è stato spezzato il cordone ombelicale tra generazioni con spegnimento delle capacità di sognare e di immaginare un futuro. Fabbricare nuove idee tracciando solchi di percorsi di sviluppo nuovi e diversi.
Se i percorsi lungo le strade, note e soprattutto meno note, della penisola salentina fotografano desertificazione, aridità, assenza di vita, essiccamenti, abbandoni, la cupidigia dei desideri nascosti del potere economico e capitalistico, consentono peraltro di aprire il varco ad una riflessione tale da dover inevitabilmente accettare lo status quo. Sebbene il lodevole impegno di molti imprenditori agricoli, non c’è dubbio quanto sia grave ciò che ci circonda. Una sorta di morsa psico – cognitiva che ci tiene stretti ad un pensiero unico che ci vuole succubi compiacenti di un declino inarrestabile, che è culturale prim’ancora che politico, sociale ed economico.
Il grande storico dell’ambiente John R. McNeill nel suo «Qualcosa di nuovo sotto il sole» rivela la radicale portata dei cambiamenti che l’uomo ha introdotto nel mondo fisico. A maggior ragione, nella nostra terra dei Messapi abbiamo inconsapevolmente sottoposto la Terra ad un esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Più della Seconda guerra mondiale, dell’avvento dei totalitarismi, dell’alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, della progressiva emancipazione delle donne, dello sviluppo tecnologico, le nuove condizioni della Madre Terra sono semplicemente la conseguenza dei nostri modelli sociali, politici, economici e culturali, che evidentemente con razionalità, equilibrio e responsabilità dovrebbero essere completamente e strutturalmente rivisti. Appare quindi ineludibile l’elaborazione e il compimento di nuovi passi su strade da rimodernare. Ciò che ci mantiene in vita non deve essere considerato alla stregua di uno sfondo amorfo, di simbolismi violenti, di elaborazioni filosofico – digitali con capacità syncophancies con generazione di contenuti compiacenti alquanto pericolosi. Quanto piuttosto una risorsa che seppur dilaniata da continue violenze ambientali necessiterebbe di essere al tavolo delle riflessioni, elaborazioni, discussioni e programmazioni politiche. Tutt’altro che oggetto di mercimonio politico – elettorale!
Ci si sforza di mettere sul piatto mediatico forme di democrazia e di trasparenza ambientale fino ad un attimo prima volutamente disconosciute e artatamente tenute sotto il tappeto della burocrazia politica. Messa in campo a mo’ di “ordini di scuderia”, a cui molti obbediscono senza spirito critico, come automi impostati a non pensare.
Siamo riusciti, complice un sistema politico con evidenti falle culturali, miste a pressappochismo e dilettantismo, a decostruire gli sfondi delle vicende umane, disintegrando un legame che dovrebbe essere intangibile, tra la storia e l’ecologia, privandoci di una possibilità di immaginazione emotiva.
Abbiamo perso il nostro essere. Ci siamo persi nell’oblio del vuoto mentale e fisico, relegandoci ad un’esistenza insignificante, che non lascia traccia perché incapace di rivolgere lo sguardo al futuro. Pensando più da un “io sono” più che ad un “noi siamo”. Abbiamo distrutto la nostra bellezza fisica, simbolica ed emozionale. Ci siamo persi nella bruttura che ormai è divenuta prassi, quasi una sovrastruttura culturale e sociale di cui dovremmo farne a meno perché non salverà il mondo.













