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Salento, piccoli furti e disagio sociale: quando la povertà diventa insicurezza

I piccoli furti in Salento rivelano una crescente fragilità sociale. Analisi sulle cause e le risposte necessarie oltre la repressione. Scopri di più.

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C’è qualcosa che va oltre il semplice furto di un quadro elettrico.

Nel Salento, sempre più spesso, capita di ascoltare storie che, prese singolarmente, sembrano quasi banali: un quadro elettrico smontato in una campagna, un attrezzo portato via da un deposito, porte e infissi sottratti dalle seconde case al mare, piccoli furti nelle abitazioni e nelle campagne.

Oggetti dal valore spesso modesto, ma che raccontano qualcosa di molto più grande.

Raccontano un disagio.

Perché il problema non è soltanto quanto si ruba. È anche perché si arriva a rubare un quadro elettrico.

Non stiamo necessariamente parlando della grande criminalità organizzata. Stiamo parlando di una criminalità piccola, predatoria, spesso opportunistica. Di chi entra in una campagna per smontare un quadro elettrico, di chi porta via un infisso da una casa disabitata, di chi cerca qualsiasi cosa possa essere rivenduta o trasformata rapidamente in qualche decina di euro.

E questo dovrebbe preoccuparci.

Non perché la povertà trasformi automaticamente le persone in criminali — sarebbe una semplificazione ingiusta — ma perché una società che si impoverisce e perde speranza diventa inevitabilmente più fragile.

Ed è qui che bisogna avere il coraggio di parlare anche del Reddito di cittadinanza.

Quando il governo decise di superarlo e poi abolirlo, molti economisti e sociologi misero in guardia sulle conseguenze sociali di una misura di sostegno che veniva eliminata senza che fosse immediatamente disponibile, per tutti, una rete alternativa altrettanto capillare ed efficace.

Tra i rischi denunciati allora c’era anche quello di un aumento della marginalità, del lavoro nero, dell’indebitamento, delle dipendenze e persino di quella microcriminalità fatta di piccoli furti e reati predatori che oggi sembra affiorare con sempre maggiore frequenza nelle nostre comunità.

Non possiamo affermare scientificamente che ogni quadro elettrico rubato sia figlio dell’abolizione del Reddito di cittadinanza. Sarebbe una forzatura.

Ma possiamo porci una domanda molto più seria: che cosa abbiamo costruito al posto di quella protezione?

Perché se togliamo un argine alla povertà, dobbiamo essere certi di averne costruito un altro.

E invece il disagio sociale continua a essere evidente.

C’è chi non arriva alla fine del mese. C’è chi vive di lavori precari. C’è chi è sommerso dai debiti. C’è chi cade nella cocaina, nell’alcol, nel gioco d’azzardo. E poi ci sono i gratta e vinci, diventati per molti una sorta di tassa volontaria sulla speranza: pochi euro alla volta, nella convinzione che il prossimo biglietto possa finalmente cambiare tutto.

È un cortocircuito drammatico: si perde denaro nel tentativo disperato di procurarsi denaro.

E allora forse dovremmo smettere di guardare questi fenomeni come episodi separati.

Il quadro elettrico rubato. La casa svaligiata. Il giovane che consuma cocaina. Il padre che brucia lo stipendio nel gioco. La persona che gratta un biglietto dopo l’altro.

Sono storie diverse, ma possono essere manifestazioni di una stessa cosa: una crescente fragilità sociale.

Ed è proprio per questo che la risposta non può essere soltanto “più sicurezza”.

Certo che servono controlli. Servono forze dell’ordine. Servono prevenzione e repressione. Ma se arriviamo sempre dopo, quando il disagio si è trasformato in reato, abbiamo già perso la partita.

Prima della sicurezza viene la coesione sociale.

Prima delle telecamere servono servizi sociali che funzionino. Prima delle celle servono strumenti per curare le dipendenze. Prima delle denunce servono opportunità di lavoro. Prima di chiedere alle persone di non rubare dobbiamo assicurarci che nessuno venga lasciato completamente solo davanti alla propria disperazione.

Il governo Meloni ha scelto di concentrare una parte enorme della propria comunicazione politica sulla sicurezza e sull’immigrazione. Ma l’Italia ha problemi che non arrivano soltanto dal mare.

Arrivano dalle nostre periferie. Dalle nostre campagne. Dai nostri bar. Dalle nostre famiglie. Dai nostri giovani. E anche da quelle case al mare dove ormai qualcuno ruba persino gli infissi.

Non bastano le rassicurazioni. E non bastano le scuse.

Bisogna intervenire prima.

Perché quando una società arriva al punto in cui qualcuno smonta un quadro elettrico da una campagna per racimolare qualche euro, forse non abbiamo soltanto un problema di ordine pubblico.

Abbiamo un problema di povertà, dignità e speranza.

E se vogliamo davvero un’Italia più sicura, dobbiamo cominciare da lì.

Perché la sicurezza non si costruisce soltanto arrestando chi ruba.

Si costruisce facendo in modo che sempre meno persone arrivino a pensare di non avere più nulla da perdere.

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