Il Ferragosto più trash della storia di Ugento
C’è un momento, a Ferragosto, in cui una località turistica mostra il proprio volto senza più filtri. Saltano le fotografie patinate, le campagne promozionali, i rendering delle brochure e le narrazioni rassicuranti sul “turismo di qualità”. Rimane la realtà: quella che si misura sulla sabbia, dentro l’acqua, nei comportamenti quotidiani e soprattutto nel rapporto tra chi arriva e il luogo che lo ospita.
E quella che sta emergendo quest’anno a Ugento, e più in generale lungo il litorale salentino, è una realtà che meriterebbe molto più di qualche indignazione sui social.
Perché le segnalazioni che si moltiplicano hanno ormai assunto i contorni di una vera e propria commedia dell’assurdo: venditori di pannocchie arrosto con le bancarelle direttamente in acqua; anziani che scendono all’alba per occupare militarmente un pezzo di spiaggia con l’ombrellone-segnaposto; turisti che trasformano una porzione di arenile nelle dimensioni di un monolocale per montare gazebo e strutture varie, salvo poi stupirsi davanti a una sanzione; karaoke sparati per ore sulla spiaggia; ombrelloni piantati in mare; cani portati in spiaggia, spesso anche senza guinzaglio, ai quali viene naturalmente riservato anche il bagno.
Presi singolarmente, potrebbero sembrare episodi folkloristici. Messi tutti insieme, raccontano invece qualcosa di molto più serio.
Raccontano la progressiva perdita dell’idea stessa di spazio pubblico.
La spiaggia non viene più percepita come un luogo condiviso, ma come un territorio da conquistare. Vince chi arriva prima, chi occupa di più, chi fa più rumore, chi riesce a portarsi dietro più cose. L’ombrellone diventa una bandiera, il gazebo una recinzione, la musica un diritto assoluto e il mare una piscina privata a disposizione del singolo.
È una forma di individualismo turistico esasperato: io pago, dunque posso.
Ed è proprio qui che il problema smette di essere semplicemente quello dei “turisti maleducati” e diventa sociologico.
Perché una destinazione turistica non è soltanto ciò che offre. È anche ciò che tollera.
Se per anni si accetta che sulle spiagge tutto sia possibile, che le regole siano elastiche, che i controlli siano episodici e che il rispetto del prossimo venga considerato un dettaglio, prima o poi quel comportamento diventa la norma. E quando la norma cambia, cambia anche il tipo di turismo che quella località è in grado di attrarre.
È il principio più elementare dell’offerta turistica: non scegli soltanto il turista che vuoi. Con le tue politiche, i tuoi controlli e il tuo modello di sviluppo, contribuisci a costruirlo.
E qui arriviamo al vero punto dolente.
Per anni qualcuno ha raccontato Ugento come l’alternativa al modello di turismo più rumoroso e consumistico associato a Gallipoli. Un territorio diverso, più familiare, più autentico, più rispettoso del paesaggio e della propria identità.
Oggi questa distinzione appare sempre più fragile.
Tra Gallipoli e Torre San Giovanni può cambiare l’età media del visitatore, ma rischia di non cambiare la sostanza del modello. Da una parte i ragazzi, dall’altra le famiglie. Ma in entrambi i casi può essere presente lo stesso rapporto superficiale con il territorio: il mare come prodotto, la spiaggia come piscina, il Salento come sfondo per una fotografia.
Il problema, dunque, non è stabilire chi sia più trash tra Gallipoli e Ugento.
Il problema è capire perché il Salento stia diventando sempre più bravo ad attirare persone e sempre meno capace di educarle al luogo nel quale stanno arrivando.
Perché il turista che arriva, occupa, sporca, fa rumore, pretende e riparte con il telefono pieno di fotografie non è necessariamente un turista “cattivo”. È, molto spesso, semplicemente il prodotto di un sistema che gli ha comunicato una cosa chiarissima: qui puoi fare praticamente quello che vuoi.
E se questa comunicazione viene accompagnata dall’assenza di controlli, il risultato è inevitabile.
Ugento, del resto, ha un problema strutturale che non può essere ignorato. Un territorio comunale enorme, una costa di oltre dieci chilometri e, secondo quanto viene segnalato, un corpo di polizia municipale ridotto a pochissimi elementi, appena otto in totale. Numeri che rendono evidente una sproporzione tra l’estensione del territorio da controllare e le risorse effettivamente disponibili.
Non si può pretendere di governare un territorio turistico di questa complessità con una presenza sul campo che, nei periodi di massima pressione, risulta inevitabilmente insufficiente.
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui.
Perché la responsabilità politica non consiste soltanto nel mandare qualcuno a fare una multa quando il problema è già esploso. Consiste nel progettare per tempo il modello turistico che si vuole costruire.
Quanti visitatori vogliamo?
Quale turismo vogliamo?
Quale rapporto vogliamo tra turismo e territorio?
Quali comportamenti intendiamo tollerare?
Quanto siamo disposti a investire in controlli, servizi, informazione e tutela?
E soprattutto: che cosa vogliamo che rimanga dopo Ferragosto?
Sono domande che spesso vengono considerate fastidiose perché costringono a uscire dalla logica del “più gente arriva, meglio è”. Ma è proprio questa equazione a essere ormai superata.
Un territorio non diventa più ricco semplicemente perché è pieno.
Può essere pienissimo e contemporaneamente impoverirsi.
Può avere alberghi occupati, ristoranti pieni e spiagge congestionate e, nello stesso momento, perdere qualità della vita, identità, decoro, reputazione e valore ambientale.
È il paradosso del successo turistico senza governo.
E forse è proprio questo che stiamo osservando in queste settimane.
Il Ferragosto non è soltanto il momento dell’anno in cui le spiagge vengono prese d’assalto. È anche una sorta di gigantesco stress test del sistema turistico. Mostra cosa succede quando la domanda raggiunge il suo massimo e le regole, i servizi e i controlli non riescono più a stare al passo.
Quest’anno, a Ugento, lo stress test sembra aver dato un risultato impietoso.
Non perché siano improvvisamente comparsi i maleducati. Quelli sono sempre esistiti.
Ma perché sembrano essere venuti meno, contemporaneamente, alcuni degli anticorpi che impedivano alla maleducazione individuale di trasformarsi in comportamento collettivo.
E quando nessuno interviene, il messaggio diventa potentissimo: si può fare.
Si può occupare la spiaggia.
Si può invadere il mare.
Si può portare il cane dove non dovrebbe stare.
Si può trasformare l’arenile in un campeggio.
Si può mettere la musica a tutto volume.
Si può sporcare.
Si può ignorare il prossimo.
E alla fine tutto questo diventa semplicemente “Ferragosto”.
No. Non dovrebbe esserlo.
Perché una destinazione turistica seria non deve soltanto essere bella. Deve essere governata.
Deve saper dire dei no.
Deve proteggere il proprio paesaggio, ma anche il diritto delle persone a godere di quel paesaggio senza essere costrette a subire l’arroganza degli altri.
Deve capire che il turismo non è una mandria da portare sulla costa e poi lasciare libera di fare ciò che vuole.
E deve soprattutto smettere di confondere la quantità con la qualità.
C’è poi un’ultima questione, forse la più scomoda.
Per governare un turismo globale occorre avere una visione che vada oltre i confini mentali del proprio paese, della propria città, della propria esperienza personale. Non basta conoscere bene Ugento per immaginare il futuro turistico di Ugento.
Bisogna conoscere il mondo.
Bisogna aver visto come altri territori hanno affrontato il sovraffollamento, la gestione delle spiagge, il turismo di massa, la tutela ambientale, la regolamentazione degli affitti, la mobilità, la sicurezza e il rapporto tra residenti e visitatori.
Perché il turismo contemporaneo è globale, mentre troppo spesso la sua gestione continua a essere provinciale.
Ed è forse questo il vero paradosso di Ugento: una terra che vive di turismo internazionale ma rischia di essere governata con una concezione del turismo rimasta locale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Un Ferragosto che, tra bancarelle in acqua, gazebo grandi come appartamenti, karaoke, ombrelloni piantati in mare e invasioni canine, sembra trasformarsi nella caricatura di sé stesso.
Ma dietro il trash c’è qualcosa di molto più importante.
C’è la fotografia di un modello turistico arrivato al limite.
E forse sarebbe il caso di smettere di riderci sopra.
Perché quando una stagione lascia dietro di sé non soltanto rifiuti e fotografie sui social, ma anche tragedie, disagi, conflitti e una crescente sensazione di perdita del controllo, significa che il problema non è più il singolo turista.
È il sistema.
E quando un’opportunità comincia a produrre più costi che benefici, non basta continuare a chiamarla opportunità.
Bisogna avere il coraggio di chiedersi se non stia diventando, lentamente, una maledizione.
Il Salento non ha bisogno di meno turisti a tutti i costi.
Ha bisogno di turisti diversi.
Ma soprattutto ha bisogno di diventare una destinazione capace di scegliere, governare e far rispettare il modello turistico che dichiara di volere.
Altrimenti, alla fine, resteranno soltanto le stories.
Il mare sarà bellissimo come sempre.
E tutto il resto, un po’ meno.