A Ugento circola una fake news riguardante un presunto «uomo incappucciato», voce già smentita dal Comune di Castrignano del Capo. La diffusione di questi messaggi, che ha generato preoccupazione anche nella redazione di Ozanews, evidenzia una crescente difficoltà nel distinguere informazioni verificate da semplici voci.
La storia, priva di fondamento, ha iniziato a circolare nel territorio di Ugento dopo essere stata smentita ufficialmente dal Comune di Castrignano del Capo. Qui, un messaggio falso, apparentemente con intestazione di Comune, Polizia Locale e Protezione Civile, aveva allertato sulla presunta presenza di un individuo incappucciato nei pressi della Guardia Medica. Il Comune di Castrignano del Capo ha chiarito che il comunicato non è mai stato diffuso né autorizzato, invitando i cittadini a non condividerlo e a utilizzare solo i canali ufficiali per le verifiche.
Nonostante la smentita, la redazione di Ozanews ha ricevuto diversi messaggi da parte di persone sinceramente preoccupate anche a Ugento. La paura è una reazione umana, ma il problema emerge «quando la paura sostituisce la verifica».
Dalle chiacchiere al virale: il motore di WhatsApp
Il meccanismo della disinformazione non è nuovo. Prima di WhatsApp e Facebook, le voci si diffondevano attraverso il passaparola, spesso con la formula: «Me l’ha detto uno che conosce uno che lavora nelle forze dell’ordine». Le leggende metropolitane funzionano così: non hanno quasi mai una fonte verificabile, ma vengono percepite come credibili perché trasmesse all’interno di reti sociali familiari e perché confermano paure o convinzioni preesistenti, come descritto dal CICAP.
Internet non ha inventato questo fenomeno, ma «gli ha semplicemente dato un motore». Se un tempo una voce impiegava giorni per attraversare un paese, oggi bastano trenta secondi e un gruppo WhatsApp per diffonderla a macchia d’olio.
Paure antiche, nuove forme: dal furgone bianco all’uomo incappucciato
La storia dell’uomo incappucciato è l’ultima versione di un copione ben più antico. Per decenni sono circolate leggende sugli «zingari che rubano i bambini», storie di sottrazioni nei supermercati o per strada, spesso costruite su stereotipi razzisti.
Successivamente è arrivato il «furgone bianco», quello che girerebbe davanti alle scuole, utilizzato da bande di rapitori. Nel 2018, un’ondata di queste voci attraversò diverse regioni italiane, inclusa la Puglia, senza alcun riscontro. Il fenomeno non si è arrestato: anche nel 2026 sono tornati a circolare audio falsi su presunti tentativi di rapimento di bambini, costringendo sindaci e forze dell’ordine a intervenire per smentire. «Cambiano i telefoni. Cambiano le piattaforme. La storia è sempre la stessa.»
Un’altra leggenda intramontabile è quella del «rene rubato dopo la discoteca»: un uomo conosce una ragazza, beve qualcosa, si risveglia drogato e scopre l’asportazione di un organo. A queste si aggiungono storie come caramelle drogate, figurine impregnate di LSD, tatuaggi temporanei avvelenati, chiodi nei sedili degli autobus, segni sui campanelli lasciati dai ladri o ristoranti cinesi che servirebbero carne di animali improbabili. Tutte con la stessa caratteristica: «È successo a un amico di mio cugino.»
Il vero problema: non credere, ma non verificare
Il vero problema non è l’ignoranza, ma anche l’«analfabetismo funzionale», ovvero la difficoltà di comprendere e valutare correttamente informazioni apparentemente semplici. Nell’epoca dei social media, questo problema può diventare esplosivo. Molte persone leggono messaggi come «ATTENZIONE!!! COMUNICATO URGENTE DEL COMUNE!!!», vedono un logo istituzionale e inoltrano senza verificare la fonte. Un messaggio si aggiunge all’altro, un audio, un particolare: «L’hanno visto anche a Ugento», «È passato da Torre San Giovanni», e in pochi minuti una storia inventata diventa una realtà percepita.
L’intenzione dietro la diffusione: scherzo o manipolazione
Non tutte le fake news nascono per errore. Alcune vengono create appositamente per scherzo, per provocare, per attirare attenzione, per generare paura, per danneggiare qualcuno o per alimentare pregiudizi. Quando una falsità è costruita utilizzando il linguaggio, la grafica e i riferimenti di un’istituzione pubblica, il rischio aumenta enormemente, poiché si sfrutta la fiducia che normalmente riponiamo nelle istituzioni. È quanto accaduto nel caso di Castrignano del Capo, dove il falso messaggio si presentava come una comunicazione congiunta di Comune, Polizia Locale e Protezione Civile.
Dieci secondi per la verifica: la rivoluzione culturale necessaria
La vera rivoluzione culturale necessaria non richiede grandi strumenti, ma solo dieci secondi per porsi domande fondamentali: «Chi lo ha scritto? Da dove arriva? Esiste una fonte ufficiale? Il Comune ne parla? Le forze dell’ordine hanno confermato? C’è una testata giornalistica seria che ne dà notizia?» Se la risposta è sempre «me l’hanno mandato su WhatsApp», allora quella notizia non è ancora una notizia, ma una voce.
Una voce può essere innocua, ma può anche generare paura, caccia al colpevole, aggressioni, discriminazioni e panico. È già successo e continuerà a succedere se continueremo a considerare «la velocità con cui una notizia arriva sul nostro telefono come una prova della sua veridicità».
A Ugento, dunque, non esiste alcun allarme concreto per il fantomatico uomo incappucciato. Il vero monito riguarda la facilità con cui una storia priva di fondamento può diffondersi e essere percepita come reale, semplicemente perché inoltrata più volte, evidenziando una delle sfide più significative dell’era digitale: «non abbiamo più bisogno che qualcuno ci racconti una bugia. Ci basta che qualcuno ce la inoltri.»

