Ugento, l’aula consiliare “scomparsa” in un grosso paradosso istituzionale
C’è un paradosso che da anni pesa sulla vita istituzionale di Ugento: l’ex chiesa di Santa Filomena, un tempo luogo simbolo della democrazia cittadina, è diventata tutto fuorché ciò che dovrebbe essere. L’aula consiliare, infatti, è stata svuotata della sua funzione quando l’allora sindaco Massimo Lecci decise di trasformarla in sala pubblica per convegni, vincolandola per dieci anni a questo utilizzo grazie a un finanziamento dedicato. Il risultato? Da oltre un decennio il Consiglio comunale è costretto a vagare tra scuole e location improvvisate, spesso non idonee, che hanno finito per svilire ruolo, dignità e centralità dell’istituzione.
Non si tratta solo di una questione logistica. Nel tempo, le sedute pubbliche si sono ridotte a rappresentazioni di forma, dove il dibattito è stato sacrificato e dove, troppo spesso, il servilismo ha preso il posto della dialettica politica. Una deriva che nessuno ha mai avuto il coraggio di denunciare apertamente.
Fino ad oggi.
Nell’ultima seduta, l’opposizione ha presentato una richiesta chiara e condivisa al presidente del Consiglio, Vincenzo Scorrano: ripristinare l’aula consiliare nel suo luogo storico. Una richiesta che non nasce dal capriccio politico, ma da una legittima esigenza della cittadinanza. Ugento non può continuare a essere un paese “senza aula”, come se la democrazia non avesse bisogno di un luogo fisico dove esistere, radicarsi, rappresentarsi.
E il nodo diventa ancora più evidente se si guarda a quanto accaduto durante l’ultima campagna elettorale. Come ha sottolineato in Consiglio la consigliera Laura De Nuzzo, è stato poco gratificante — se non addirittura surreale — assistere a comizi e incontri politici tenuti proprio all’interno della stessa aula che da anni viene negata agli ugentini per il suo utilizzo originario.
Com’è possibile che l’aula sia ritenuta adatta a ospitare comizi elettorali, ma non il Consiglio comunale?
Se può essere usata per la propaganda di trenta giorni, perché non può tornare ad accogliere il dibattito democratico di tutti gli altri giorni dell’anno?
La risposta, probabilmente, sta in una precisa scelta politica: quella di indebolire progressivamente gli spazi del confronto pubblico, riducendo la politica a un rito intermittente, qualcosa che si accende solo ogni cinque anni, per spegnersi subito dopo. Una cura medievale, verrebbe da dire, somministrata da un druido che non conosce la realtà di cui si occupa.
Ma oggi si intravede uno spiraglio. La richiesta dell’opposizione non è solo un atto formale: è un segnale forte, un gesto che intercetta ciò che molti cittadini pensano da anni. Restituire l’aula consiliare alla sua funzione originaria significherebbe non solo riportare ordine e coerenza, ma riconsegnare alla città una parte del suo patrimonio storico e civile.
Significherebbe rimettere al centro il valore della partecipazione, della trasparenza, del dialogo.
Ugento merita un’aula consiliare.
Ugento merita che la sua democrazia torni finalmente a casa.