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Attualità

Torre San Giovanni, il video che riapre una ferita lunga trent’anni: quando il turismo arriva, ma il territorio non è pronto

Un video virale su TikTok scatena il dibattito sulle condizioni di Torre San Giovanni, marina di Ugento. Un influencer critica l'incuria e l'immobilismo amministrativo locale.

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Milioni di visualizzazioni su TikTok, migliaia di commenti e una domanda che, a Torre San Giovanni, molti preferirebbero non sentire: perché un territorio con un mare straordinario continua a presentarsi ai visitatori in condizioni che sembrano appartenere a un’altra epoca?

La polemica, questa volta, non nasce nelle stanze della politica, né da un comunicato stampa, né dalle pagine di una testata locale.

Nasce dal web.

E forse è proprio questo l’aspetto più significativo della vicenda.

Un visitatore arrivato in vacanza a Torre San Giovanni ha raccontato sui social la propria esperienza, mostrando l’ingresso della marina e descrivendo ciò che ha trovato una volta arrivato sul posto. Il video, pubblicato su TikTok dal profilo @giuseppemarecchio, ha raggiunto milioni di visualizzazioni, trasformando in poche ore una questione che molti residenti conoscono da anni in una discussione di portata molto più ampia.

Il punto, però, non è il singolo video.

Il punto è ciò che quel video ha fatto emergere.

Perché quando un turista arriva in una località balneare conosciuta, paga una struttura ricettiva, affronta centinaia di chilometri e immagina di trovare una destinazione turistica organizzata, non acquista soltanto una camera, un ombrellone o un pranzo al ristorante.

Acquista una promessa territoriale.

E quella promessa, a Torre San Giovanni, sembra troppo spesso interrompersi appena fuori dalla porta della struttura ricettiva.

Il mare non basta più

È questo il nodo sul quale sarebbe necessario aprire una discussione seria.

Torre San Giovanni possiede una delle risorse naturali più importanti che una destinazione turistica possa desiderare: il mare.

Acque limpide, costa, tramonti, paesaggio, posizione geografica, patrimonio storico e la vicinanza a un territorio ricco di attrattive.

Eppure, proprio questa enorme dotazione naturale rischia di diventare una sorta di alibi.

Perché il turismo contemporaneo non sceglie più soltanto il mare.

Sceglie l’esperienza.

Il turista di oggi non valuta esclusivamente la qualità dell’acqua o della spiaggia. Valuta come arriva in una località, come si muove, cosa vede, come parcheggia, dove cammina, cosa trova la sera, quanto è curato lo spazio pubblico, quanto è semplice raggiungere un lido, quanto è piacevole sedersi in un locale, quanto è coerente l’immagine complessiva della destinazione.

In altre parole: il turista non compra soltanto il paesaggio. Compra il modo in cui quel paesaggio viene organizzato e valorizzato.

Ed è esattamente qui che il racconto dell’influencer diventa interessante.

Non perché abbia scoperto qualcosa che i residenti non conoscono.

Ma perché ha visto, in pochi giorni, ciò che molti cittadini denunciano da anni.

“Sembrava di essere arrivato in un’altra epoca”

Nel secondo video pubblicato dopo le numerose contestazioni ricevute in privato, l’autore ha provato a spiegare meglio il senso della sua critica.

La sua esperienza parte da un presupposto semplice: una persona entra in un’agenzia di viaggio, cerca una destinazione tranquilla e moderna per trascorrere qualche giorno al mare e sceglie la Puglia.

Trova un B&B bello, paga un prezzo importante e parte.

Una volta arrivato, però, scopre una realtà che, secondo il suo racconto, è profondamente diversa da quella immaginata.

La struttura ricettiva è bella.

Il mare è bellissimo.

Ma tutto ciò che sta intorno, sostiene, gli appare trascurato.

Parla di cantieri, deviazioni, strade dissestate, sterrati, polvere, sabbia e difficoltà di collegamento con i lidi.

E racconta una situazione che, a suo giudizio, produce una contraddizione quasi paradossale: un territorio capace di offrire un prodotto turistico naturale di livello altissimo viene accompagnato da servizi e spazi pubblici che non sembrano essere all’altezza dello stesso prodotto.

È questa la contraddizione che dovrebbe interessare tutti.

Non soltanto l’amministrazione.

Non soltanto gli operatori turistici.

Non soltanto i residenti.

Tutti.

Perché quando una destinazione turistica funziona, il valore viene costruito collettivamente.

E quando non funziona, il costo viene pagato collettivamente.

Il problema non è il turista che critica

C’è un altro elemento sociologico interessante in questa vicenda.

Dopo la pubblicazione del video, l’influencer racconta di essere stato contattato da numerose persone che gli contestavano le sue parole.

È una reazione comprensibile.

Quando qualcuno parla male del luogo nel quale viviamo, spesso percepiamo quella critica come un attacco personale.

La nostra città diventa parte della nostra identità.

Criticare il territorio può quindi essere interpretato come criticare chi quel territorio lo abita, lo ama e ci lavora.

Ma è proprio qui che occorrerebbe compiere un salto culturale.

Un territorio non migliora quando smette di essere criticato. Migliora quando comincia ad ascoltare le critiche.

La domanda non dovrebbe essere: “Perché questo turista ha parlato male di Torre San Giovanni?”

La domanda dovrebbe essere: “Perché ciò che ha raccontato è sembrato così riconoscibile a tantissime persone?”

Perché se il video fosse stato completamente distante dalla realtà, probabilmente sarebbe rimasto un episodio isolato.

Invece ha aperto una discussione.

E la discussione, soprattutto online, ha trovato terreno fertile.

Trent’anni di turismo senza una vera trasformazione?

È qui che la vicenda del video deve necessariamente allargarsi.

Perché Torre San Giovanni non è una località turistica nata ieri.

Da decenni la marina rappresenta uno dei principali poli turistici di Ugento.

Decenni nei quali il turismo è cresciuto, le strutture ricettive sono aumentate, i lidi si sono moltiplicati, i ristoranti hanno aperto, le case vacanza sono diventate una componente sempre più importante dell’offerta e il Salento è diventato una destinazione internazionale.

Eppure, guardando alcuni tratti della marina, viene da chiedersi se la crescita del turismo sia stata accompagnata da una pari crescita del territorio pubblico.

È una differenza fondamentale.

Il privato investe.

Ristruttura.

Costruisce.

Arreda.

Promuove.

Si mette sul mercato.

Il pubblico, invece, deve creare le condizioni affinché tutti questi investimenti producano un sistema.

Strade.

Marciapiedi.

Illuminazione.

Viabilità.

Parcheggi.

Segnaletica.

Decoro.

Pulizia.

Accessibilità.

Pianificazione.

Sicurezza.

Servizi.

Spazi pubblici.

Sono questi elementi apparentemente banali a costruire una destinazione turistica.

E sono proprio questi elementi che non possono essere lasciati alla casualità.

Il paradosso economico

La questione non è soltanto estetica.

È economica.

Anzi, è profondamente economica.

Immaginiamo due località con lo stesso mare.

Nella prima il turista arriva e trova strade curate, percorsi pedonali, illuminazione, parcheggi organizzati, indicazioni chiare, servizi efficienti, spazi pubblici piacevoli e un centro urbano capace di vivere anche oltre la spiaggia.

Nella seconda trova un mare altrettanto bello, ma deve attraversare strade dissestate, affrontare percorsi complicati, cercare parcheggio, muoversi in una viabilità poco intuitiva e vivere un centro urbano che non comunica una vera identità turistica.

Il prodotto naturale è identico.

Il valore economico prodotto dal territorio, però, non sarà necessariamente lo stesso.

Questa è la questione che Torre San Giovanni dovrebbe affrontare.

Quanto valore economico stiamo perdendo perché non siamo capaci di valorizzare pienamente quello che già possediamo?

È una domanda molto più importante di qualsiasi polemica sul singolo video.

Perché il turista che arriva in un territorio e vive un’esperienza negativa non danneggia soltanto l’immagine dell’amministrazione.

Può decidere di non tornare.

Può scegliere un’altra destinazione l’anno successivo.

Può lasciare una recensione negativa.

Può raccontare la propria esperienza agli amici.

Può pubblicarla sui social.

E, nell’epoca della comunicazione digitale, un’esperienza individuale può trasformarsi in un’immagine collettiva.

È esattamente ciò che è accaduto con questo video.

Il turismo non è una fotografia del mare

Per anni il Salento ha avuto una fortuna straordinaria: il proprio patrimonio paesaggistico era sufficiente a generare domanda.

Il mare portava i turisti.

Il territorio beneficiava di questa domanda.

Le attività economiche crescevano.

Le case diventavano strutture ricettive.

I lidi aumentavano.

Ma questa fase non può durare per sempre.

Quando tutte le destinazioni competono sulla bellezza del mare, il vantaggio competitivo si sposta inevitabilmente altrove.

Sulla qualità.

Sull’organizzazione.

Sull’identità.

Sulla mobilità.

Sulla sostenibilità.

Sull’esperienza.

Sulla capacità di trasformare una vacanza in un ricordo positivo.

È per questo che il confronto evocato dall’influencer con altre località turistiche, dalla Grecia all’Albania fino a Mykonos, al di là delle semplificazioni del suo racconto, contiene una provocazione che sarebbe sbagliato liquidare.

Altri territori hanno capito che il paesaggio, da solo, non basta.

Lo hanno trasformato in prodotto.

Hanno investito sull’immagine.

Hanno costruito una narrazione.

Hanno curato gli spazi.

Hanno compreso che anche una strada, una facciata, un’illuminazione, una piazza o un lungomare possono diventare parte dell’offerta turistica.

Non è necessario condividere ogni paragone fatto nel video per riconoscere il problema di fondo.

La contraddizione di Torre San Giovanni

Torre San Giovanni vive una contraddizione quasi perfetta.

Da una parte possiede una risorsa naturale capace di attirare persone da tutta Italia e dall’estero.

Dall’altra, in diversi punti, mostra ancora le caratteristiche di una località che sembra essersi sviluppata senza una trasformazione organica del proprio spazio urbano.

È come se il turismo fosse cresciuto più velocemente della città.

Le strutture ricettive sono cambiate.

Le esigenze dei visitatori sono cambiate.

Il mercato turistico è cambiato.

La comunicazione è cambiata.

I prezzi sono cambiati.

Ma alcune infrastrutture e alcuni servizi sembrano essere rimasti indietro.

Ed è qui che emerge una domanda politica inevitabile.

Chi deve governare questa trasformazione?

La risposta non può essere soltanto il mercato.

Perché il mercato costruisce ciò che è immediatamente redditizio.

Ma una località turistica ha bisogno anche di investimenti che producono valore nel medio e lungo periodo.

Una strada migliore non appartiene a un singolo imprenditore.

Una passeggiata curata non appartiene a un singolo albergo.

Un sistema di parcheggi non appartiene a un singolo ristorante.

Un piano della mobilità non appartiene a un singolo lido.

Sono beni collettivi.

E proprio per questo richiedono una visione pubblica.

La responsabilità dell’amministrazione

Il video, inevitabilmente, chiama in causa l’amministrazione comunale di Ugento.

E lo fa su un terreno che non dovrebbe essere quello della polemica personale, ma quello della responsabilità politica.

Chi amministra una destinazione turistica ha il compito di programmare il futuro del territorio.

Non soltanto di gestire l’ordinario.

Non soltanto di intervenire quando emerge un’emergenza.

Non soltanto di mettere una toppa dove il problema è diventato evidente.

La vera politica turistica si misura nella capacità di anticipare i problemi.

Di capire dove vuole andare una marina tra dieci, quindici, vent’anni.

Di stabilire quale modello di turismo si vuole costruire.

Di decidere quale rapporto deve esistere tra costa e centro abitato.

Di organizzare la mobilità.

Di proteggere il territorio.

Di aumentare la qualità dell’offerta.

Di distribuire i flussi.

Di creare servizi.

Di rendere la permanenza piacevole anche fuori dalla spiaggia.

Perché un turista non può essere considerato soltanto un individuo che arriva, parcheggia, va al mare, consuma e riparte.

È un ospite.

E una destinazione che vuole vivere di turismo deve comportarsi come una destinazione che accoglie.

Trenta anni sono tanti

C’è poi una questione politica che non può essere ignorata.

La percezione di molti cittadini è quella di una sostanziale continuità amministrativa e politica protrattasi per un periodo lunghissimo.

Trent’anni, nel turismo, equivalgono a un’epoca.

In trent’anni sono cambiate generazioni di turisti.

È nato il turismo digitale.

Sono esplosi i social network.

È cambiato il modo di prenotare.

Sono nate le piattaforme online.

Sono cambiati i trasporti.

È cambiato il modo di viaggiare.

Sono cresciute destinazioni che un tempo non erano neppure considerate concorrenti.

Eppure, se un visitatore può ancora arrivare in una delle principali marine di Ugento e percepire un contesto urbano non adeguatamente valorizzato, allora la domanda politica diventa inevitabile:

quanto tempo ancora bisogna aspettare?

Non si tratta di pretendere che una marina venga trasformata in una città artificiale.

Non si tratta di cementificare.

Non si tratta di cancellare l’identità del luogo.

Al contrario.

Si tratta di capire che tutela del territorio e qualità urbana possono e devono convivere.

Non serve trasformare Torre San Giovanni in Mykonos

Ed è forse questo il punto più importante.

Torre San Giovanni non deve diventare Mykonos.

Non deve diventare Gallipoli.

Non deve diventare una copia di qualche località greca.

Non deve perdere la propria identità per inseguire modelli turistici estranei.

Deve diventare la migliore versione possibile di Torre San Giovanni.

Una marina salentina.

Con la propria storia.

Con la propria cultura.

Con il proprio paesaggio.

Con la propria identità.

Ma anche con servizi adeguati al turismo che pretende di ospitare.

Perché valorizzare non significa necessariamente costruire.

A volte significa semplicemente curare.

Curare una strada.

Curare un marciapiede.

Curare un’illuminazione.

Curare una piazza.

Curare una facciata.

Organizzare una viabilità.

Ridurre il disordine.

Creare percorsi.

Dare un’identità agli spazi.

Fare manutenzione.

Sembrano interventi piccoli.

Ma sommati insieme possono cambiare completamente la percezione di una destinazione.

La questione culturale: smettere di offendersi

Il passaggio più interessante del secondo video dell’influencer, forse, non riguarda nemmeno le strade.

Riguarda la mentalità.

L’autore sostiene di non voler “creare polemiche”, ma di aver semplicemente raccontato ciò che ha visto da turista.

È una distinzione fondamentale.

Una destinazione turistica deve imparare a guardarsi attraverso gli occhi di chi arriva da fuori.

È uno degli esercizi più difficili per una comunità.

Chi vive quotidianamente in un luogo tende a non vedere più ciò che lo circonda.

Una buca diventa normale.

Una strada dissestata diventa normale.

Una deviazione diventa normale.

Un marciapiede rotto diventa normale.

Un arredo urbano degradato diventa normale.

Un servizio inefficiente diventa normale.

Fino a quando arriva qualcuno da fuori e dice:

“Ma davvero voi vivete così?”

È una domanda scomoda.

Ma può essere una domanda utile.

Il vero rischio è abituarsi al degrado

Il problema più grave, infatti, non è necessariamente il degrado.

È l’abitudine al degrado.

Quando una comunità si abitua a qualcosa, smette di considerarla un problema.

E quando smette di considerarla un problema, smette anche di pretendere una soluzione.

Questo è il meccanismo sociologico più pericoloso.

Perché produce una progressiva normalizzazione dell’inefficienza.

“È sempre stato così.”

“Qui funziona così.”

“Che ci vuoi fare?”

“Almeno abbiamo il mare.”

Sono frasi che, lentamente, trasformano un limite in una caratteristica permanente.

Ma una destinazione turistica non può vivere eternamente di rendita sul proprio paesaggio.

Il mare non può essere utilizzato come giustificazione per tutto ciò che non funziona sulla terraferma.

E il video, in fondo, dice proprio questo

L’influencer non ha scoperto il mare di Torre San Giovanni.

Lo ha visto.

Lo ha apprezzato.

Ha persino riconosciuto che non avrebbe nulla da invidiare a destinazioni turistiche internazionali.

La sua critica nasce proprio da questa contraddizione.

Se abbiamo tutto questo, perché lo trattiamo così?

È una domanda semplice.

Forse persino brutale.

Ma proprio per questo difficile da eludere.

E quando una domanda semplice viene ripetuta da migliaia di persone sui social, diventa una questione politica.

Ozanews lo denuncia da anni

Per questa testata non si tratta di una scoperta dell’ultima ora.

Le condizioni delle marine di Ugento, e in particolare di Torre San Giovanni, sono state raccontate e denunciate più volte.

Lo abbiamo fatto anche quando era molto meno conveniente farlo.

Quando non c’erano milioni di visualizzazioni.

Quando non c’erano influencer.

Quando parlare delle criticità del territorio significava spesso esporsi alle accuse di essere “contro” il proprio paese.

Ma fare giornalismo locale significa anche questo.

Significa raccontare ciò che non funziona.

Significa mettere in discussione le scelte amministrative.

Significa dare voce alle proteste.

Significa parlare delle opportunità perdute.

Significa ricordare che il consenso elettorale non può cancellare il diritto dei cittadini a chiedere conto delle decisioni pubbliche.

E soprattutto significa non confondere l’amore per un territorio con l’applauso a chi lo amministra.

Si può amare profondamente Torre San Giovanni e contemporaneamente dire che non è sufficientemente curata.

Anzi, è proprio perché la si ama che si dovrebbe pretendere di più.

La sfida è economica, prima ancora che estetica

Se Torre San Giovanni vuole continuare a essere una destinazione turistica competitiva, la questione non può essere affrontata soltanto con interventi occasionali.

Serve una strategia.

Una strategia che tenga insieme urbanistica, turismo, mobilità, commercio, ambiente, infrastrutture e promozione territoriale.

Perché il turismo non è un settore separato dal resto.

È un ecosistema.

Se una strada funziona male, ne risente il turista.

Se il turista vive male l’esperienza, ne risente l’albergatore.

Se l’albergatore ne risente, ne risente il commercio.

Se il commercio perde competitività, ne risente l’economia locale.

Se la destinazione perde reputazione, nel medio periodo ne risentono tutti.

Al contrario, quando il territorio funziona, il beneficio si moltiplica.

Un turista soddisfatto rimane più a lungo.

Spende di più.

Torna.

Consiglia.

Pubblica fotografie positive.

Porta altri visitatori.

Il vero investimento turistico, quindi, non è soltanto quello che si vede in un bilancio comunale.

È quello che aumenta il valore complessivo della destinazione.

La domanda finale

Il video diventato virale può essere considerato un attacco.

Oppure può essere considerato un’occasione.

Dipende da come si decide di reagire.

Si può rispondere dicendo che l’influencer ha esagerato.

Si può contestare il linguaggio.

Si possono discutere i paragoni con altre località.

Si può perfino sostenere che alcune sue osservazioni siano ingenerose.

Tutto legittimo.

Ma resta una domanda.

Quanto di quello che ha mostrato è falso?

Perché se anche soltanto una parte significativa della sua descrizione corrisponde alla realtà quotidiana della marina, allora il problema non è il video.

Il video è soltanto lo specchio.

Il problema è ciò che lo specchio riflette.

E quello specchio mostra una Torre San Giovanni che, nonostante le enormi potenzialità, continua a portarsi dietro problemi infrastrutturali, urbanistici e organizzativi che non possono più essere considerati fisiologici.

Trent’anni sono una generazione.

Sono troppi per continuare a parlare soltanto di potenzialità.

È arrivato il momento di parlare di risultati.

Perché Torre San Giovanni non ha bisogno di essere difesa dalle critiche.

Ha bisogno di essere messa nelle condizioni di non riceverne più alcune.

Non servono miracoli.

Non serve trasformarla in una destinazione artificiale.

Serve una cosa molto più difficile: una visione.

Una visione capace di trasformare il mare bellissimo che già abbiamo in una destinazione turistica all’altezza di quel mare.

Perché il vero scandalo, alla fine, non è che qualcuno sia arrivato a Torre San Giovanni e abbia detto che qualcosa non va.

Il vero scandalo sarebbe continuare a far finta che non lo sappiamo.

Nota di trasparenza editoriale: Questo contenuto è prodotto e supervisionato dalla redazione di Ozanews. Nel nostro flusso di lavoro, dalla revisione dei testi alla distribuzione sui canali social, ci avvaliamo dell'ausilio di tecnologie di intelligenza artificiale per ottimizzare le tempistiche, sempre sotto il controllo finale dei nostri giornalisti per garantire affidabilità e rispetto delle fontes.

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