Ma la domanda vera è un’altra: perché nessuno lo ha detto prima?
Il video dell’influencer ha acceso una discussione.
I commenti l’hanno trasformata in qualcosa di molto più grande.
Ma a questo punto c’è una domanda che nessuno dovrebbe evitare: perché queste cose non sono state dette prima?
Perché abbiamo dovuto aspettare che fosse un turista, arrivato a Torre San Giovanni per trascorrere qualche giorno di vacanza, a mettere in fila una serie di problemi che tanti ugentini conoscono da anni?
Perché sono i turisti a parlare?
Perché sono loro a raccontare le strade, il degrado, la manutenzione, i servizi, la viabilità, i rifiuti, l’incuria?
E soprattutto: perché gli ugentini continuano a parlare così poco?
È forse questa la domanda più inquietante che emerge da tutta questa vicenda.
Perché leggendo i commenti si scopre una cosa curiosa: a denunciare i problemi sono spesso quelli che arrivano da fuori. I turisti osservano, fotografano, commentano, giudicano. Non hanno particolari remore a dire ciò che pensano.
Gli ugentini, invece, molto più spesso tacciono. E questo silenzio dura da anni. Forse per vergogna. Forse perché ci siamo talmente abituati al degrado da averlo trasformato in normalità.
Ma forse c’è anche qualcosa di più profondo.
La paura.
La paura di esporsi. La paura di essere riconosciuti. La paura di criticare chi amministra. La paura delle conseguenze che una critica pubblica potrebbe avere in una comunità piccola, dove tutti si conoscono e dove i rapporti personali, professionali e politici si intrecciano continuamente.
Non sappiamo se sia davvero questa la ragione per cui tanti ugentini rimangono in silenzio.
Ma sarebbe interessante chiederselo.
Perché se per trent’anni un sistema politico-amministrativo riesce a mantenere una sostanziale continuità, mentre le criticità del territorio si accumulano, allora la domanda non può essere soltanto “chi governa?”
Bisogna chiedersi anche:
“Perché nessuno riesce più a parlare?”
E le associazioni? E le Pro Loco?
C’è poi un’altra domanda che sarebbe doveroso porre.
A cosa servono le associazioni cittadine e le Pro Loco?
Qual è il loro ruolo reale?
Dovrebbero essere strumenti di promozione del territorio, di partecipazione, di animazione sociale e culturale. Dovrebbero rappresentare una parte viva della comunità.
Ma se il territorio è in difficoltà, se cittadini e turisti denunciano continuamente problemi di decoro, manutenzione e servizi, dove sono le voci di queste realtà?
Dove sono le campagne pubbliche per chiedere maggiore attenzione?
Dove sono le prese di posizione?
Dove sono le discussioni?
Dove sono le iniziative per chiedere che le marine vengano amministrate e valorizzate come meritano?
E soprattutto: quanto delle risorse pubbliche destinate a queste realtà viene effettivamente utilizzato per promuovere il territorio e quanto, invece, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una narrazione positiva dell’amministrazione comunale?
È una domanda legittima.
E proprio perché parliamo di denaro pubblico, meriterebbe risposte pubbliche, trasparenti e documentate.
Non basta organizzare una manifestazione. Non basta una locandina. Non basta una fotografia istituzionale.
La promozione di un territorio non può consistere soltanto nel raccontare quanto è bello.
Promuovere un territorio significa anche avere il coraggio di difenderlo quando qualcosa non funziona.
Significa denunciare. Significa chiedere. Significa disturbare, quando necessario.
Altrimenti il rischio è che le associazioni nate per rappresentare il territorio finiscano per diventare semplicemente parte del sistema di comunicazione istituzionale.
Vent’anni di abbandono non si spiegano con un video
Ed è qui che arriviamo al cuore della questione.
Non è stato quell’influencer a creare il degrado. Non è stato TikTok a dissestare le strade. Non è stato un turista a creare i problemi di viabilità. Non è stato un video a produrre vent’anni di incuria.
Il video ha semplicemente acceso la luce.
E quando si accende una luce in una stanza rimasta al buio per molto tempo, improvvisamente tutti vedono ciò che prima preferivano non vedere.
È questo che sta accadendo a Torre San Giovanni?
Forse.
Ma se è così, allora il problema è enormemente più grande di un influencer.
Perché significa che un territorio straordinario è stato lasciato deteriorare lentamente mentre intorno si costruiva una narrazione turistica sempre più patinata.
Da una parte il mare, le spiagge, la Bandiera Blu, le presenze turistiche, le campagne promozionali.
Dall’altra le testimonianze di chi percorre quelle strade ogni giorno.
Due Ugento completamente diverse.
Quello che si racconta.
E quello che si vive.
E il secondo, oggi, sta prendendo la parola.
Il vero scandalo non è che parlino i turisti
Il vero scandalo sarebbe che dovessero essere sempre loro a farlo.
Perché un turista può arrivare, vedere, criticare e ripartire.
Un cittadino dovrebbe invece avere la possibilità di restare, parlare, criticare e pretendere risposte senza sentirsi minacciato, isolato o penalizzato.
Una comunità sana non ha paura delle critiche.
Una comunità sana le utilizza per migliorarsi.
Una classe dirigente sicura del proprio operato non considera il dissenso un problema.
Lo considera un controllo.
Una Pro Loco realmente indipendente non dovrebbe avere paura di dire che una strada è impraticabile.
Un’associazione realmente radicata nel territorio non dovrebbe avere paura di chiedere conto di un problema.
Un cittadino non dovrebbe avere paura di dire che il proprio paese potrebbe essere amministrato meglio.
E invece Ugento sembra avere sviluppato, negli anni, una particolare forma di assuefazione.
Ci siamo abituati. Alle cose che non funzionano. Alle promesse. Alle emergenze che diventano normalità.
Al “prima o poi si farà”.
Al “è sempre stato così”.
Al “non conviene mettersi contro”.
Ed è forse proprio questa la vittoria più grande di un sistema di potere che dura troppo a lungo:
non avere più bisogno di zittire nessuno, perché le persone imparano da sole a stare zitte.
Se questo è ciò che è accaduto a Ugento, allora il problema non è soltanto amministrativo.
È culturale. È civile. È politico.
Perché una comunità che smette di parlare finisce inevitabilmente per lasciare spazio a chi parla al suo posto.
E forse è proprio questo che dobbiamo chiederci oggi.
Non perché un influencer abbia parlato male di Torre San Giovanni.
Ma perché abbiamo avuto bisogno di un influencer per iniziare finalmente a parlarne noi.