C’è una fotografia che, più di tante analisi, racconta la distanza che oggi sembra esserci tra Gallipoli e Ugento.
Da una parte c’è una città che, attraverso il suo nuovo sindaco Flavio Fasano, prova a discutere del proprio futuro, mette sul tavolo una strategia, individua priorità, parla di porto, turismo, investimenti e di un orizzonte che arriva fino al 2030.
Dall’altra c’è Ugento, dove la politica sembra ancora prigioniera di un modello che appartiene a un’altra epoca: quello del silenzio, delle relazioni personali, delle fedeltà costruite negli anni e di una gestione del potere che, da troppo tempo, sembra incapace di produrre una vera discontinuità.
È questa la differenza che dovrebbe preoccuparci.
Perché il problema di Ugento non è soltanto chi governa oggi. Il problema è il modello di governo che si è consolidato nel tempo.
Gallipoli prova a progettare. Ugento continua a gestire l’esistente
Fasano, dopo pochi mesi dal suo insediamento, ha scelto di parlare di futuro.
Può piacere o non piacere. Si possono contestare le sue scelte, si possono giudicare insufficienti alcuni progetti. Ma almeno esiste una direzione dichiarata: un piano strategico, una visione al 2030, una riflessione sul porto e sul turismo, una prospettiva per chi deve investire.
È politica nel senso più autentico del termine: dire dove si vuole portare una comunità.
A Ugento, invece, sembra prevalere ancora una politica fatta di gestione quotidiana, risposte selettive, silenzi e assenza di una visione complessiva.
E soprattutto di una comunicazione istituzionale che troppo spesso appare incapace di confrontarsi apertamente con le critiche.
È quello che abbiamo definito, senza mezzi termini, mutismo selettivo: parlare quando conviene, tacere quando le domande diventano scomode.
Ma un’amministrazione pubblica non può scegliere gli interlocutori sulla base della convenienza.
Deve rispondere ai cittadini.
A tutti.
Trent’anni sono troppi per qualsiasi sistema di potere
Ugento ha un problema ancora più profondo.
Da circa trent’anni una stessa persona ha mantenuto un ruolo centrale nelle dinamiche politiche del paese, direttamente o indirettamente, diventando un punto di riferimento permanente del sistema di potere locale.
Non è una questione personale.
È una questione democratica.
Perché trent’anni sono un’eternità nella vita politica di una comunità.
In tre decenni cambiano le generazioni, cambiano le economie, cambiano le esigenze dei cittadini, cambiano le tecnologie, cambiano i turisti, cambiano i mercati.
Non può non cambiare anche la politica.
Quando invece il potere rimane sostanzialmente ancorato alle stesse persone, agli stessi meccanismi e alle stesse relazioni, il rischio è che la democrazia locale si impoverisca.
Il confronto si restringe.
Le alternative diventano più difficili.
Le persone imparano che per ottenere qualcosa è più conveniente conoscere qualcuno piuttosto che avere una buona idea.
Ed è esattamente questo il paradigma che Ugento deve spezzare.
Dal clientelismo alla competenza
Il vero reset di Ugento dovrebbe partire da qui.
Non dalle persone contro altre persone.
Non dalla sostituzione di un gruppo con un altro.
Ma dalla sostituzione di un metodo.
Basta con l’idea che per lavorare, emergere, ottenere un incarico o avere spazio nella macchina amministrativa sia necessario appartenere a una determinata rete di relazioni.
La regola deve essere una sola:
competenza.
Chi sa fare deve poter fare.
Chi ha idee deve poterle proporre.
Chi ha capacità deve poterle mettere al servizio della comunità.
Chi non è competente, invece, non dovrebbe avere responsabilità soltanto perché amico, vicino o politicamente utile.
È una questione di efficienza, prima ancora che di ideologia.
Perché quando scegli le persone sulla base delle amicizie, prima o poi presenti il conto alla comunità.
E quel conto lo paghiamo tutti noi.
Il conto, infatti, è già arrivato
Guardiamo Ugento.
Opere pubbliche abbandonate.
Progetti incompiuti.
Interventi costosi che non producono il risultato promesso.
Strutture che restano inutilizzate.
Problemi che si trascinano per anni.
E nel frattempo una stagione turistica che, almeno nella percezione di moltissimi operatori e cittadini, si avvia alla conclusione lasciando dietro di sé una sensazione pesante: quella di una delle peggiori estati che Ugento ricordi.
Non basta dare la colpa al turismo nazionale, al caro prezzi, al meteo, alla concorrenza o alle dinamiche internazionali.
Un’amministrazione seria deve chiedersi anche cosa può fare per rendere il proprio territorio più competitivo.
Gallipoli, nel bene e nel male, sta almeno provando a farlo.
Ugento sembra invece continuare a vivere di rendita sulle proprie bellezze.
Ma le bellezze naturali non amministrano una città.
Le amministrano le persone.
E soprattutto le amministrano le idee.
Una città in ginocchio non può continuare a guardarsi allo specchio
La sensazione è che Ugento sia arrivata a un bivio.
Da una parte c’è la possibilità di continuare con il modello conosciuto: gli stessi equilibri, le stesse relazioni, gli stessi silenzi, le stesse modalità di gestione.
Dall’altra c’è la possibilità di aprire una stagione completamente nuova.
Non è una questione di destra o sinistra.
Non è una questione di vecchi contro giovani.
È una questione di vecchio paradigma contro nuovo paradigma.
E il nuovo paradigma dovrebbe avere parole molto semplici: trasparenza, competenza, programmazione, responsabilità, merito.
Soprattutto, dovrebbe prevedere la fine dei piccoli centri di potere e delle reti clientelari che negli anni possono essersi consolidate attorno alla politica e all’amministrazione.
Perché una comunità non può essere trasformata in una somma di piccoli gruppi di interesse.
E quei gruppi non possono continuare a vivere sulle risorse pubbliche, cioè sui soldi di tutti gli ugentini.
Il confronto con Gallipoli dovrebbe farci riflettere
La questione non è stabilire se Fasano sia un amministratore migliore del sindaco di Ugento.
È troppo presto per dirlo.
La questione è un’altra.
Quale dei due modelli guarda davvero al futuro?
Gallipoli oggi discute di ciò che vuole essere nel 2030.
Ugento sembra ancora impegnata a risolvere i problemi che si porta dietro da anni.
Gallipoli parla agli investitori.
Ugento troppo spesso sembra parlare soltanto ai propri equilibri interni.
Gallipoli prova a costruire una strategia.
Ugento continua a rincorrere le emergenze.
Gallipoli cerca di dare una prospettiva agli operatori.
Ugento rischia di perdere progressivamente competitività mentre le sue opere pubbliche abbandonate continuano ad aumentare.
Questa è la vera distanza.
Serve un reset
Ugento non ha bisogno semplicemente di cambiare sindaco.
Ha bisogno di cambiare paradigma.
E per farlo servirà necessariamente una pagina nuova.
Dopo trent’anni di sostanziale continuità politica, il paese ha bisogno di respirare aria diversa. Ha bisogno di ricostruire una vita democratica più vivace, nella quale il dissenso non venga considerato un problema e nella quale fare domande non significhi diventare automaticamente un avversario.
Ha bisogno di un’amministrazione che non abbia paura del confronto.
Ha bisogno di persone scelte per quello che sanno fare e non per chi conoscono.
Ha bisogno di investimenti programmati, opere concluse, obiettivi misurabili e amministratori chiamati a rispondere dei risultati.
E soprattutto ha bisogno di liberarsi dall’idea che la politica sia un sistema di appartenenze personali.
Serve un reset.
Un reset vero.
Non il semplice cambio di qualche nome sulle porte del Comune, ma la demolizione di un modo di intendere il potere che, dopo trent’anni, ha inevitabilmente bisogno di essere messo in discussione.
Perché Ugento non può permettersi di perdere altri anni.
Mentre Gallipoli guarda al 2030, Ugento rischia di continuare a guardare nello specchietto retrovisore.
E una comunità che guarda sempre indietro, prima o poi, smette di accorgersi di quanto velocemente il resto del mondo le stia passando davanti.