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Editoriali

Puglia, emergenza rifiuti: è arrivato il tempo di pensare ad un commissariamento

Il sistema rifiuti in Puglia è fragile. Incendi e disservizi estivi evidenziano criticità. La Redazione di Ozanews chiede un commissariamento e più trasparenza. Leggi l'analisi.

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Gli ultimi incendi hanno fatto qualcosa che per anni la politica pugliese non è riuscita – o non ha voluto – fare: hanno squarciato il velo e mostrato, in tutta la sua drammaticità, quanto sia fragile il sistema dei rifiuti in Puglia.

Non parliamo soltanto delle fiamme, delle colonne di fumo nero e degli impianti che finiscono periodicamente sotto pressione. Parliamo di un sistema che appare sempre più incapace di rispondere alle esigenze reali dei territori, soprattutto quando arrivano i mesi estivi e località come Ugento, Torre San Giovanni, Torre Mozza e Lido Marini moltiplicano in pochi giorni la propria popolazione.

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E allora diciamolo senza giri di parole: il sistema dei rifiuti pugliese ha bisogno di essere ripensato dalle fondamenta.

E forse, considerato quello che è successo negli ultimi anni, è arrivato persino il momento di porsi una domanda politicamente scomoda: perché non commissariare il sistema?

Non perché il commissariamento sia una bacchetta magica. Ma perché quando un sistema diventa troppo grande, troppo stratificato, troppo condizionato da interessi territoriali e incapace di produrre risultati adeguati, forse è necessario sottrarlo, almeno temporaneamente, alle logiche della politica locale e regionale.

Il grande equivoco del porta a porta

Il porta a porta è stato presentato per anni come la soluzione moderna, civile, efficiente.

La raccolta differenziata è certamente un obiettivo irrinunciabile. Ma una cosa è differenziare i rifiuti, un’altra è costruire un sistema di raccolta che, in alcune realtà, rischia di diventare complicatissimo, costoso e scarsamente compatibile con la realtà del territorio.

Pensiamo alle località costiere.

Durante l’inverno ci sono determinate esigenze. Durante luglio e agosto la situazione cambia completamente. Migliaia e migliaia di persone arrivano, consumano, producono rifiuti e ripartono. Le seconde case si riempiono. Le attività commerciali aumentano enormemente i conferimenti. Le strade diventano congestionate.

E il sistema dovrebbe essere in grado di adattarsi.

Invece troppo spesso accade l’esatto contrario: è il cittadino che deve adattarsi al sistema.

Giorni e orari rigidissimi. Contenitori differenti. Sacchetti differenti. Regole differenti. Raccolte che saltano. Rifiuti che rimangono per strada. Cassonetti insufficienti o inesistenti. E, nei momenti di maggiore afflusso, una quantità di rifiuti che il sistema sembra semplicemente non riuscire a gestire.

Questo non significa che la raccolta porta a porta sia necessariamente sbagliata.

Significa che non può essere considerata una religione.

Un sistema di raccolta deve essere progettato sulla base delle caratteristiche del territorio, dei flussi turistici, della densità abitativa, delle attività economiche e della reale capacità degli operatori di garantire il servizio.

Se non funziona, bisogna avere il coraggio di cambiarlo.

Più personale non significa automaticamente un servizio migliore

C’è poi un altro elemento sul quale sarebbe necessario aprire una discussione seria.

Il porta a porta richiede inevitabilmente una presenza molto più capillare degli operatori sul territorio. Più mezzi, più turni, più personale, più organizzazione.

Ma più personale non significa automaticamente un servizio migliore.

Ed è proprio qui che la politica dovrebbe smettere di raccontare favole e cominciare a parlare di numeri.

Quanto costa realmente questo sistema ai cittadini pugliesi?

Quanto costa ogni tonnellata raccolta?

Quanto costa ogni abitante servito?

Quanto costa la raccolta nelle località turistiche durante l’estate?

Qual è il rapporto tra costi e risultati?

E soprattutto: quanto di quello che paghiamo ritorna effettivamente sotto forma di servizio?

Sono domande semplici. Ma sono domande alle quali troppo spesso il cittadino non riceve risposte altrettanto semplici.

E poi ci sono gli incendi

Gli incendi degli ultimi giorni non possono essere liquidati come semplici episodi di cronaca.

Ogni incendio che coinvolge rifiuti, depositi, impianti o aree nelle quali vengono accumulati materiali deve diventare l’occasione per interrogarsi sul funzionamento complessivo della filiera.

Perché quando brucia un cumulo di rifiuti non brucia soltanto un mucchio di immondizia.

Bruciano le inefficienze.

Brucia l’incapacità di programmare.

Brucia la distanza tra ciò che viene scritto nei piani e ciò che accade realmente nelle strade.

E soprattutto rischia di bruciare la fiducia dei cittadini.

Una fiducia già messa a dura prova da anni di aumenti, disservizi e promesse.

Il sospetto più grave è quello che la politica dovrebbe avere interesse a fugare

C’è poi un tema ancora più delicato.

Il sistema degli appalti nel settore dei rifiuti movimenta enormi quantità di denaro pubblico. Per questo proprio la politica dovrebbe essere la prima a pretendere la massima trasparenza.

Non basta dire che le gare sono regolari.

Non basta dire che le procedure sono state rispettate.

Bisogna rendere tutto leggibile, verificabile e controllabile.

Chi partecipa alle gare?

Chi vince?

Quanto vale ogni contratto?

Quali sono i costi effettivi?

Quali risultati vengono raggiunti?

Quali penali vengono applicate quando il servizio non viene svolto correttamente?

Quali sono i rapporti societari e gli eventuali conflitti di interesse?

Chi finanzia le campagne elettorali dei rappresentanti politici e quali rapporti, leciti e dichiarati, esistono con le aziende che operano nel settore?

Su quest’ultimo punto occorre essere molto chiari: eventuali finanziamenti elettorali non dimostrano, da soli, alcun illecito né tantomeno un condizionamento delle gare. Ma proprio perché il settore è economicamente enorme, ogni rapporto deve essere trasparente e sottoposto al controllo pubblico.

Il problema non è soltanto ciò che è illegale.

Il problema è anche ciò che, pur essendo formalmente legittimo, può generare un conflitto di interessi o anche soltanto il sospetto di una commistione tra politica e affari.

E in una democrazia il sospetto si combatte con una sola arma: la trasparenza.

Basta con i campanili

Il vero fallimento, forse, è anche questo: abbiamo costruito un sistema nel quale ogni territorio tende a difendere il proprio pezzo.

ARO, comuni, società, gestori, impianti, competenze che si sovrappongono.

Nel frattempo il cittadino vede soltanto una cosa: il sacchetto che deve essere raccolto.

E quando non viene raccolto, non gli interessa sapere quale livello amministrativo abbia sbagliato.

Vuole semplicemente che qualcuno risolva il problema.

E allora serve una svolta.

Serve un piano regionale straordinario per i rifiuti, costruito con dati reali e non con slogan.

Serve una revisione seria dei modelli di raccolta.

Serve sperimentare sistemi diversi dove il porta a porta non funziona.

Serve una gestione differenziata per i territori turistici.

Serve digitalizzare il controllo dei servizi.

Serve pubblicare online, in formato facilmente consultabile, contratti, costi, risultati, contestazioni e penali.

Serve soprattutto una valutazione indipendente dell’efficienza economica dell’intero sistema.

Togliere la gestione dei rifiuti dal controllo dei sindaci

C’è poi una questione che non può più essere elusa, per quanto sia scomoda.

La gestione dei rifiuti non può continuare a essere sottoposta al controllo diretto dei sindaci e delle amministrazioni comunali, soprattutto quando il settore diventa un bacino di assunzioni, incarichi e consenso elettorale.

Troppo spesso, negli anni, il tema dei posti di lavoro è stato utilizzato come strumento di scambio politico: consenso in cambio di assunzioni, fedeltà elettorale in cambio di opportunità occupazionali. Non si tratta di accusare indistintamente ogni amministratore o ogni lavoratore. Si tratta di riconoscere che un servizio pubblico essenziale non può essere organizzato secondo logiche clientelari, né può diventare una riserva di consenso nelle mani di chi governa un Comune.

Per questo è necessario togliere la gestione dei rifiuti dal controllo dei sindaci e affidarla a una struttura regionale o commissariale realmente indipendente, con criteri trasparenti di selezione del personale, fabbisogni verificabili, controlli esterni e responsabilità chiaramente definite.

I lavoratori devono essere tutelati e selezionati secondo competenza e regole pubbliche. Ma i posti di lavoro non possono essere venduti in cambio di voti, né il servizio può essere piegato alle esigenze della politica locale.

Se il sistema deve essere commissariato, il commissariamento deve riguardare anche questo: la sottrazione della gestione del personale e delle assunzioni alle pressioni dei singoli territori e dei singoli amministratori.

Commissariare per ripartire

Il commissariamento, dunque, non dovrebbe essere visto come una punizione.

Potrebbe essere, al contrario, un modo per liberare il sistema dalla sua stratificazione politica e amministrativa e ricostruirlo con criteri esclusivamente tecnici.

Un commissario, o comunque una struttura straordinaria realmente indipendente, dovrebbe avere un mandato preciso: fotografare lo stato del sistema, verificare i contratti, analizzare i costi, controllare gli impianti, valutare i modelli di raccolta, sottrarre la gestione del personale alle logiche clientelari e proporre un nuovo assetto regionale.

Poi, terminata l’emergenza, la politica dovrebbe riprendersi la propria responsabilità.

Ma una politica diversa.

Una politica che non consideri il settore dei rifiuti come un gigantesco contenitore di consenso.

Perché il rifiuto non è un posto di lavoro da distribuire.

Non è un appalto da conquistare.

Non è una promessa elettorale.

È un servizio pubblico.

E come tale deve essere giudicato sulla base di una sola domanda:

funziona oppure no?

Oggi, in troppi territori della Puglia, la risposta dei cittadini è sempre più chiara.

No, non funziona abbastanza.

E dopo anni di annunci, proroghe, emergenze, incendi, aumenti e disservizi, forse è arrivato il momento di smettere di difendere il sistema.

È arrivato il momento di cambiarlo.

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