Ugento, 61 anni dopo la tragedia di Mattmark. Il 30 agosto 1965, una valanga di ghiaccio e detriti travolse il cantiere della diga in Svizzera, causando la morte di 88 lavoratori, di cui 56 italiani. Tra le vittime c’era anche Pio Pasquale Corsano, originario di Ugento. La sua storia, come quella di molti emigranti salentini, è un tassello della memoria collettiva che merita di essere ricordato.
La catastrofe avvenne alle 17:15 circa, quando una gigantesca massa di ghiaccio si staccò dal ghiacciaio dell’Allalin, seppellendo in pochi istanti le baracche degli operai. Inizialmente, il bilancio provvisorio riportato da testate come La Stampa il 1° settembre 1965 parlava di 97 morti, di cui 53 italiani. Solo in seguito il numero definitivo si assestò a 88 vittime, 56 delle quali di nazionalità italiana, tra cui il nostro concittadino Pio Pasquale Corsano.
La cronaca de La Stampa e le prime domande
La prima pagina de La Stampa del 1° settembre 1965 titolava: «I morti del ghiacciaio sono 97 di cui 53 italiani». Sotto, un’altra frase che evidenziava la gravità della situazione: «Gli scampati dicono: “Da tempo la montagna slittava”». Già dalle prime ore, infatti, emergevano interrogativi sulla sicurezza del cantiere e sui segnali di instabilità del ghiacciaio, noti da tempo.
Le testimonianze degli operai sopravvissuti, le difficoltà dei soccorsi e l’angoscia delle famiglie che attendevano notizie componevano un quadro drammatico. Non si trattava solo di una catastrofe naturale, ma di un evento che sollevava questioni sulla gestione del rischio e sulla protezione dei lavoratori.
Il Salento e l’emigrazione degli anni Sessanta
La storia di Pio Corsano si inserisce nel contesto dell’emigrazione italiana degli anni Sessanta, un periodo in cui migliaia di uomini dal Salento e dal Mezzogiorno partivano alla ricerca di opportunità lavorative in Svizzera, Belgio, Francia, Germania o nel Nord Italia. Erano uomini che lasciavano famiglie e paesi, spinti dalla speranza di costruire un futuro migliore lontano da casa.
Anche la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca seguì con attenzione questo fenomeno che coinvolse profondamente le comunità del Capo di Leuca, consapevole del prezzo umano di questa diaspora. Pio Corsano era uno di loro, un ugentino che trovò la morte sulle montagne svizzere, in un cantiere simbolo del progresso industriale dell’epoca.
Una memoria che non deve svanire
Il 30 agosto 1965, circa due milioni di metri cubi di ghiaccio e detriti si abbatterono sul cantiere di Mattmark, rendendola una delle più gravi catastrofi nella storia dell’edilizia svizzera e una delle pagine più dolorose dell’emigrazione italiana. Le immagini dei giornali di allora mostravano la ricerca disperata dei dispersi tra la massa di ghiaccio.
Oggi, a 61 anni di distanza, il nome di Pio Corsano di Ugento (Lecce) figura ancora negli elenchi delle vittime. Una semplice riga che racchiude una vita, una famiglia e una comunità che aspettava un ritorno mai avvenuto. La tragedia di Mattmark, a volte definita una “Marcinelle dimenticata”, fu anche un momento di svolta per la presenza italiana in Svizzera, portando a inchieste e a un lungo processo giudiziario che si concluse nel 1972 con l’assoluzione degli imputati, decisione che generò forti critiche.
Oltre i numeri e le sentenze, resta l’imperativo di ricordare i nomi. La storia di Pio Pasquale Corsano è parte integrante della storia di Ugento e del Salento. Ricordarlo significa onorare non solo un uomo, ma anche le migliaia di emigranti che hanno contribuito a costruire il futuro, spesso lontano dalla propria terra, e molti dei quali non sono più tornati. La sua memoria deve rimanere viva, perché una comunità è fatta anche di chi è partito e di chi, purtroppo, non ha mai fatto ritorno.


